Un Cameron per l’Italia

- Giuseppe Frangi

Il tema della Big Society, lanciato dal consigliere di Cameal Meeting di Rimini, è al centro del dibattito, tra chi propone di delegare poteri e responsabilità ai corpi intermedi della società e gli scettici. Intanto in alcune regioni è già realtà

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Se ne è parlato al Meeting,  grazie all’intervento del consigliere di Davide Cameron, Phillip Blond: è stato rilanciato da Maurizio Ferrera con un editoriale sul Corriere della Sera, a cui ha risposto il ministro Sacconi. Il tema della Big Society è tornata prepotentemente d’attualità. La sfida lanciata da Cameron nel suo programma  è quella di delegare poteri e responsabilità dal centro alla periferia e dalla pubblica amministrazione ai corpi intermedi della società. Come scrive Ferrera, «dar respiro alle comunità locali, alle associazioni e ai movimenti di varia natura, alla filantropia, alle imprese senza fini di lucro». Per incoraggiare questo processo Cameron sta per varare una «Big Society Bank» con una dotazione iniziale di 300 milioni di euro, per incanalare l’associazionismo nella direzione dell’impresa sociale.

Nel suo intervento Ferrera si è detto scettico sul fatto che in Italia ci siano le condizioni per avviare un simile processo,  sia per la non disponibilità della politica sia per la mancanza di «organizzazioni intermedie orientate alla risoluzione dei problemi collettivi e non solo interessate alla “cattura” di vantaggi corporativi». Ma è uno scetticismo non condiviso dall’ideologo di Cameron, che addirittura capovolge la prospettiva e sottolinea come in Italia la sua idea sia  «già diventata realtà in alcune parti del Paese» (il riferimento in particolare è alla Lombardia).

Insomma, siamo al paradosso: tanto più che allo scetticismo di Ferrera si è poi aggiunto anche quello di Piero Ostellino, sempre sulle colonne del Corriere della Sera. La sfida è ovviamente affascinante e complessa, e non può essere risolta con qualche formula. Ma un po’ di punti fermi sui quali fare chiarezza è possibile stabilirli. Eccone un paio.

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Primo, la Big Society non può essere frutto di un laboratorio o di un think tank.  Ferrera nel suo intervento parla in più di un punto della «creazione di una società civile ben funzionante». Non c’è alchimia istituzionale né culturale che possa “creare" una realtà come quella auspicata. Il compito della politica semmai è quello di incoraggiare delle realtà in atto, di sostenerle nella crescita, nel lasciare loro spazio. La Big Society se nascerà (nel senso che diventerà “big,” perché in quanto “society” già esiste, eccome se esiste…), sarà esito di una spinta vitale che sale dal basso, di esperienze consapevoli, di passione condivisa rispetto alla realtà e ai problemi che presenta.

Secondo, la Big Society proprio perché non è prodotto di laboratorio, non sarà una realtà neutra, asettica, universale. Sarà un insieme di realtà con fisionomie ben definite e ben chiare. Non c’è espressione compiuta della società civile che non faccia leva su un ideale, su una visione del mondo e della vita. In forza di questo ideale agirà poi in direzione di un bene comune. Sarà cioè una realtà libera e insieme aperta. Ma guai a privarla del suo volto, a slegarla dalla sua storia e dalle sue ragioni. 

Infine: realtà come queste non c’è bisogno di crearle, in quanto già esistono. Nell’assistenza, nella ricerca, nell’educazione e formazione. Inutile stare ad elencarle, ma ovunque ci si giri, qualunque problema si presenti davanti alla nostra vita, avremo molte probabilità di imbatterci in realtà non profit pronte a darci una risposta. Il problema quindi è che queste realtà prendano piena consapevolezza della propria decisiva funzione davanti ad uno stato sempre più in affanno. Che ne nascano di nuove. Che tutte s’incamminino con coraggio sulla strada della crescita. Per spingerle non c’è bisogno di grandi alchimie istituzionali. Per iniziare bastano alcune decisioni semplici, ma che contengono chiare indicazioni sulla direzione che si vuole percorrere. Ad esempio, se si stabilizzasse finalmente la legge del 5 per mille, semplice meccanismo di sussidiarietà fiscale che ha dimostrato di funzionare benissimo, sarebbe già un passo verso la Big Society.

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