Una soluzione per i precari

- Paolo Preti

Gli imprenditori sono esposti poco o tanto alla concorrenza e al confronto con gli altri, senza protezioni sociali. Ma non sono visti come precari

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Foto: Imagoeconomica

Immaginiamo un idraulico intento a risolvere un problema nell’appartamento del cliente che lo ha chiamato o a installare in un cantiere un nuovo impianto sanitario, oppure a un falegname che nel proprio laboratorio sta realizzando un mobile su misura che nei prossimi giorni andrà a consegnare al committente o, ancora, al commerciante che nei mercati rionali delle grandi città o nei negozi delle più piccole stia vendendo la propria merce: che garanzia hanno queste persone, e con loro centinaia di migliaia di loro colleghi, che il giorno dopo avranno nuovi clienti, nuove commesse, nuovo reddito?

Nessuna. Tutto dipende dalla loro capacità di fare, dal saper rispettare gli accordi e, anche, da un pizzico di capacità relazionale. Sono in sintesi sul mercato, esposti poco o tanto alla concorrenza e al confronto con gli altri. E tuttavia agli occhi della pubblica opinione non sono precari, ma imprenditori. Questa è una grande ingiustizia, almeno lessicale.

Chi ha voglia di rischiare in proprio, e per questo non è garantito nel risultato finale, intraprende a suo rischio e pericolo, senza alcuna copertura sociale, spesso con attese di pensione da sempre altrettanto basse di quelle paventate fra trent’anni per i giovani di oggi. E tutto ciò, accompagnato anche dai posti di lavoro creati, sembra loro quasi normale e accettabile perché fatto con passione ed entusiasmo.

Al contrario chi, spesso dopo percorsi di studio abbastanza strampalati e vissuti in maniera un po’ annoiata alla ricerca del massimo risultato con il minimo sforzo, fatica a trovare nei primi anni di attività un “posto fisso sotto casa” diventa il protagonista del malessere della nostra società. Il giovane precario è al centro delle attenzioni di ricercatori, registi, scrittori, commentatori. Anche il Presidente della Repubblica ne ha fatto uno dei temi centrali del suo discorso di fine anno.

“Senza lavoro il 29% dei giovani, mai così dal 2004” titolava pochi giorni fa un quotidiano: dunque il problema non è di oggi, ma ha sempre interessato questa nostra società in cui tuttora si studia più per promozione sociale da pezzo di carta che per imparare, se non un mestiere, almeno qualcosa di immediatamente spendibile in un ambiente di lavoro. Per di più, quello stesso quotidiano riportava pochi giorni prima i risultati di una ricerca per cui un’elevata percentuale di giovani tra i 19 e i 30 anni non studia, né ricerca un’occupazione e vive alle spalle di genitori o parenti consenzienti.

 

E qualche settimana prima sempre su quelle pagine si potevano leggere i risultati dell’ennesimo lavoro del centro studi Confartigianato per cui ci sono quasi centomila posti di lavoro artigianali disponibili domani mattina, ma che nessuno vuole o può occupare e che, almeno in alcuni casi, finiranno con soddisfare il bisogno di lavoro di quegli immigrati di cui le aziende del nostro paese continuano ad avere molto bisogno.

 

Basta con la retorica del precariato per cui, per esempio, i giovani non si sposano perché non hanno un reddito fisso: sarebbe come dire che un artigiano o un imprenditore ha meno possibilità di crearsi un proprio nucleo familiare di un dipendente assunto a tempo indeterminato. Nessuno, nemmeno trent’anni fa, comprava casa e metteva su famiglia senza l’aiuto concreto dei familiari o senza radicali scelte di valore.

 

Certo, se invece si vuole affermare che non si è più in grado di fare sacrifici, piccoli o grandi, per realizzare un progetto e che ci si è abituati al “tutto e subito” si afferma il vero, ma è tutto tranne che un problema eminentemente economico. Chi non riconosce questa evidenza vuole cavalcare un nuovo malcontento piuttosto che trovarvi sicuro rimedio.

Al professore di sociologia dell’università di Trento che, dati alla mano, ha dimostrato che la generazione dei giovani di oggi ha meno opportunità di quella dei pari età della fine degli anni Cinquanta verrebbe dunque da rispondere che una terza guerra mondiale potrebbe rappresentare per i sopravvissuti un’ottima opportunità di sviluppo, ma che preferiremmo seguire altre strade.

 

Quelle, per esempio, dell’educazione in un rinnovato rapporto giovane-adulto capace di trasmettere senso delle cose, passione e, perché no, anche capacità di lavorare. E per un piccolo, ma significativo esempio di questo rimando alla visione del bel film francese Le ricamatrici premiato dalla critica al 57° Festival di Cannes.

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