La sfida dei cattolici Usa

Il cuore della crisi degli Stati Uniti si può ritrovare nella sua storia e cultura, ma può una nuova idea di libertà farsi motore di un rinnovato sviluppo?

19.01.2011 - Lorenzo Albacete
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Dwight D. Eisenhower

L’ultimo numero di The American Conservative (Febbraio 2011) contiene una discussione affascinante sull’ultimo discorso alla nazione del presidente Dwight D. Eisenhower in qualità di Presidente degli Stati Uniti, il 17 gennaio 1961, mentre gli americani si stavano preparando a celebrare l’insediamento del presidente John F. Kennedy.

The American Conservative si presenta come voce del pensiero conservatore puro, ideologicamente contrario al liberalismo e, soprattutto, ai neo-conservatori, i quali avrebbero distorto l’autentica causa conservatrice. Secondo questi conservatori, il più grande peccato dei “neos” è stato promuovere una politica estera interventista e nazionalista, e i più grandi peccatori sono stati i consiglieri del presidente George W. H. Bush che hanno promosso l’invasione dell’Iraq.

Il discorso di addio del presidente Eisenhower è ricordato principalmente per il suo ammonimento contro il “complesso militare-industriale” che, nel nome della difesa nazionale dalla minaccia del comunismo sovietico, stava condizionando la politica estera americana. I “conservatori puri” sono convinti che questa situazione sia durata fino a oggi, cinquant’anni dopo il discorso di Eisenhower e perfino dopo il collasso dell’Unione Sovietica. Il motivo che si adduce oggi per sostenere il bisogno di un potente complesso militare-industriale è la minaccia del terrorismo islamico.

Dei cinque saggi pubblicati nel numero sul discorso di Eisenhower, il più interessante, secondo me, è firmato da Patrick J. Deneen, professore associato di Government alla Georgetown University, e direttore-fondatore del Tocqueville Forum on the Roots of American Democracy.

Secondo Deneen, il discorso di Eisenhower arriva nel cuore della crisi odierna statunitense, da lui identificata come una “perdita di libertà repubblicana nel nome del potere e della liberazione”. Il potere del complesso militare-industriale certamente contribuisce a questa situazione, ma Deneen vede un secondo tema nel discorso che va altrettanto al cuore della presente crisi, e precisamente “i pericoli della rivoluzione tecnologica’”.

"L’America – scrive – può essere descritta come una repubblica tecnologica nata, nutrita ed arrivata alla sua più grande statura tramite la sua stretta filiazione con il progetto scientifico moderno. Coerentemente con la sua nascita durante l’Età della ragione, gli eroi dell’America sono stati spesso inventori o scienziati… Gli Stati Uniti sono stati coscientemente fondati come entità politica basata sulla conoscenza tecnica".

 

Alexander Hamilton in The Federalist Papers attribuisce l’ispirazione della Costituzione proposta alle sue basi in una "nuova scienza della politica" fondata “sulla riflessione e sulla scelta" piuttosto che "sull’accumulo inconscio di vecchie pratiche, pregiudizi e tradizioni". Hamilton li identifica come "accidente e forza".

 

Secondo John Dewey, scrive Deneen, "la democrazia e la scienza sono state effettivamente indistinguibili, entrambe costruite su di una sperimentazione incessante e sul progresso; entrambe dedicate all’espansione del potere umano". D’altra parte, la storia americana dimostra anche "timori altrettanto antichi sui costi della tecnologia per la natura, la comunità e l’anima umana".

 

Al cuore di questa divisione interna tra gli americani Deneen vede "un disaccordo riguardo la natura della libertà, questa ispirazione – duratura anche se contestata – americana" (Deneen ci ricorda che Thomas Jefferson considerava Francis Bacon, autore del metodo moderno di ricerca scientifica ("conoscenza è potere", diceva) una delle tre menti più grandi nella storia umana. Il primo articolo della Costituzione richiede che il Congresso supporti il "progresso della Scienza e delle Arti utili" (così escludendo l’Arte "inutile"!).

 

L’articolo di Deneen continua diffondendosi su questo dualismo nell’anima americana, notando i suoi effetti su quella che è la nostra visione attuale di cosa costituisce l’Università, laddove l’ammonimento di Eisenhower contro il complesso militare-industriale era legato alla sua preoccupazione del primato della scienza moderna e della tecnologia.

 

Durante la discussione su scienza e fede, nel New York Encounter che si è appena concluso (vedi l’editoriale della scorsa settimana), ho mostrato come un dibattito sulla libertà è, di fatto, un dibattito sullo stupore e sul timore sperimentato da un “amore dell’Essere" (termine di Mons. Luigi Giussani), e che il più grande contributo che i cattolici americani possono dare all’attuale discussione sulla natura della libertà è precisamente quello di seguire il sentiero tracciato da questo timore o stupore. Magari ne scriverò più ampiamente la prossima settimana.

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