Arcore, Londra, Nordafrica

- Roberto Fontolan

I talk show e i telegiornali, impegnati come sono su alcune determinate questioni, sembra si stiano perdendo le notizie più importanti

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Il presidente del Consiglio è ormai l’unico italiano ad appassionarsi ai talk show serali “d’informazione” (molti li guardano, ma la passione è un’altra cosa). Non ha letto Aldo Grasso: “Faccio ormai una fatica enorme a seguire programmi come Annozero, Ballarò, L’infedele, L’ultima parola e tutti i cosiddetti talk show di approfondimento” (non ha citato Porta a porta, forse per ulteriore scherno? chissà).

E prosegue: “Si assiste solo a uno scontro di opinioni, non c’è mai una crescita narrativa che permetta allo spettatore di farsi una sua convinzione. E poi perché interviene sempre la solita compagnia di giro…[essi] non sono una forma di spontaneità democratica, rappresentano piuttosto un antico rituale, una danza attorno al morto (il cadavere dell’idea). Servono a convertire i già convertiti e a indignare i già indignati”.

Dai tempi del non recente ma immortale volumetto di Luca Doninelli intitolato proprio Talk show, mai furono incise parole più crudeli sulla lapide del genere televisivo più frequentato dalle nostre reti tv, e in maniera così maniacal-depressiva. Non sembra essere il miglior modo per difendersi quello del presidente del Consiglio con interventi estemporanei in talk show lontani dalla realtà, sia che a condurli sia Alfonso Signorini parlando di gossip o Gad Lerner e Giovanni Floris.

Ma il presidente del Consiglio non sa che per questa sua passione smodata che inchioda i giornalisti a parlare di lui e sempre di lui (con lo scopo di farlo divertire o arrabbiare), tutti quanti stiamo perdendo il meglio, o almeno un possibile meglio della tv. Ad esempio, aiutarci a capire qualcosa della tempesta che ha investito il mondo arabo. I talk show se ne guardano bene. Occorre sperare nei tg allora, specie nel Tg1: è noto infatti che al Tg5 “non amano gli esteri” e al Tgla7 non hanno i mezzi per seguirli.

Dunque, qualche sera fa, il giorno stesso della fuga di Ben Ali, il Tg1 ha proposto un collegamento da Tunisi. Benissimo, ho pensato, finalmente un inviato nel posto giusto al momento giusto, e mentalmente ho invitato me stesso e la grande platea del Tg1 a concentrarsi, per ascoltare, per avere gli elementi utili ad affrontare un evento realmente storico e pieno di misteri.

 

Ma sono stati pochi secondi di concitazione, con l’inviato continuamente interrotto dalla conduttrice che aveva fretta di chiudere e passare ad altro. A cosa? Alla famosa seconda parte del tg, nella quale svettava un servizio sulla nuova moda britannica in fatto di breakfast: sostituire la tradizionale marmellata d’arance con la nutella. E l’altra sera, quando è scoppiata la rivolta in Egitto, e sottolineo in Egitto, dove vivono ottanta dei trecento milioni di arabi, un altro striminzito pezzo di cronaca dal Cairo “rubava spazio” all’immancabile albionico servizio, dedicato ai topi che si aggirano dalle parti di Downing Street. È quel che succede tra Londra e Arcore, mentre per l’intero mondo arabo la storia sta cambiando per sempre.

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