La “cura” di Grossman

- Pierluigi Colognesi

La riduzione radiofonica di Vita e destino di Vasilij Grossman ha riscosso recentemente molto successo in Inghilterra. PIGI COLOGNESI ricorda un episodio narrato nel libro

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Vasilij Grossman

Il 18 settembre scorso il quarto canale dell’inglese Bbc ha mandato in onda la prima puntata della riduzione radiofonica di Vita e destino, il capolavoro di Vasilij Grossman. Grande successo: il libro è subito balzato ai primi posti nelle classifiche di vendita. Chissà perché, leggendo questa notizia, mi è venuto in mente di andare a rileggere un certo episodio che mi aveva commosso.

Nell’edizione di Jaca Book, che ha avuto il merito di far conoscere il romanzo in Italia già dall’inizio degli anni Ottanta, si trova a pagina 429; ma ho voluto cercarlo sulla più recente traduzione di Adelphi; è il capitolo 22 del libro secondo. Sulla pericolosissima linea avanzata della battaglia di Stalingrado, il comandante di reggimento Ivan Berëzkin aspetta con ansia una lettera dalla moglie Tamara, che però non arriva mai. Poi Berëzkin cade gravemente malato e si lascia andare fino al punto da sembrare in fin di vita; giace sulla branda del bunker in uno stato catatonico, senza reagire a nessuno stimolo.

Arriva l’agognata lettera e l’attendente la legge al malato, nonostante questi non mostri nessun segno di coscienza. Ma sentite le prime righe, «Mio caro Ivan, tesoro mio», Berëzkin ha un fremito, prende con le «grandi dita tremanti» il foglio e comincia a leggere: «È molto bello, qua, Ivan caro, mi manchi tanto. Ljuba non fa che chiedermi perché non sei con noi. Abitiamo sulla riva del lago, la casa è calda, la proprietaria ha una mucca e abbiamo il latte e abbiamo i soldi che ci hai mandato; quando esco, la mattina, le foglie rosse e gialle degli aceri galleggiano sull’acqua fredda; è già nevicato e l’acqua sembra ancora più blu, e anche il cielo è più blu, e anche il giallo e il rosso delle foglie sono straordinari. E Ljuba mi chiede: perché piangi, mamma? Grazie, Ivan, grazie di tutto, di tutto quanto, grazie di tanta bontà. Perché piango… Come faccio a spiegarglielo? Piango perché sono viva, piango di dolore perché Slava non c’è più e io sono ancora qui, piango per la gioia che tu sia ancora vivo, piango quando ripenso a mia madre, a mia sorella, piango per le prime luci dell’alba, perché è tutto così bello, qui, ma tutti soffrono, e soffro anche io. Ivan, mio caro, mio tesoro…».

Berëzkin e sua moglie sono personaggi secondari dell’immenso e polifonico affresco di Grossman; quei personaggi che, però, anche per un solo episodio, per una semplice frase, per un tratto descrittivo dell’autore, riescono a illuminare in modo straordinario l’umano, cioè quella vita e quel destino che costituiscono il titolo del romanzo. In questo caso è la sorprendente purezza di sguardo di questa donna ritirata nelle retrovie che scrive al marito in battaglia; uno sguardo per cui una semplice foglia d’acero fa gridare alla bellezza e scoppiare a piangere per la sua caducità.

Grossman poi descrive così la reazione di Berëzkin alla lettura della lettera della moglie: «La testa gli girava, era tutto confuso, tremavano le dita, tremava la lettera e tremava l’aria arroventata»; tutto trema, tutto partecipa a una rinnovata vibrazione della vita e del destino. In forza di essa il comandante si rimette in piedi, si cura e riprende la battaglia.

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