Il vero sviluppo

- Fernando De Haro

Domenica il Partito Popolare ha reso noto il programma con cui intende affrontare le elezioni politiche spagnole del prossimo 20 novembre. Il commento di FERNANDO DE HARO

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Mariano Rajoy (Foto Ansa)

Era un tesoro tenuto chiuso sotto doppia mandata. Durante il mese di agosto, nella sede del Partito Popolare (Pp), in molti sono rimasti a lavorare, senza fare vacanze, alla stesura del programma elettorale. Dagli inizi di settembre è stato tenuto riservato, perché il centrodestra spagnolo è convinto che ci sia poco da dire per vincere le elezioni politiche del 20 novembre. Domenica, finalmente, il programma di Rajoy è stato presentato. Consiste, in buona sostanza, nel tentativo di ripetere il “miracolo economico” di Aznar. Contiene una riforma del mercato del lavoro che i più sensati richiedono da oltre dieci anni. Il tasso di disoccupazione da venerdì scorso ha superato il 21% ed è il più alto dell’Ue. I sindacati hanno troppo potere. La riforma della contrattazione collettiva promessa è una materia rimasta in sospeso da molto tempo e il cambiamento nei modelli contrattuali è una necessità. I Popolari annunciano una discesa selettiva delle tasse: meno imposte sul risparmio, la deduzione fiscale e l’estensione dell’Iva agevolata per l’acquisto di una casa.

Un taglio delle tasse complica l’obiettivo richiesto da Bruxelles di ridurre il deficit pubblico al 4,4% del Pil nel 2012. Nel 2011 ha superato l’8%, quando l’Europa richiede il 6%. Come raggiungerà questo traguardo un governo del Pp senza aumentare i tributi? L’obiettivo è arduo. La soluzione sembra stare in quello che i Popolari chiamano “la razionalizzazione delle strutture amministrative e dei costi: un nuovo settore pubblico”. È la parte che suona meglio nel programma, sempre che non si traduca solo in una politica di tagli, ma conceda un maggior protagonismo alla società civile, rendendo effettiva la sussidiarietà.

Quest’ultima non è, purtroppo, menzionata nel programma. In ogni caso, l’irrazionalità delle amministrazioni pubbliche spagnole è astronomica e il peso della gestione diretta dei servizi pubblici è sproporzionato. Sarebbe un buon risultato se la crisi obbligasse a rivedere lo statalismo che ha contagiato anche la destra. È un buon segno che invece di welfare state si parli di welfare society. Se si riconoscesse il valore dei privati con un trattamento fiscale di favore, si avrebbe una misura molto educativa per superare una passività e mentalità da funzionari che caratterizza la società spagnola.

Nel programma di sviluppo, l’insistenza su una politica fiscale a favore dell’acquisto di case e del turismo denota realismo, perché non si può cambiare dalla notte al giorno. I Popolari sostengono che l’innovazione è ciò di cui la Spagna ha più bisogno. Se non la favoriscono davvero il futuro sarà compromesso.

La trasformazione del modello di sviluppo dipende soprattutto dall’educazione, e su questo terreno il centrodestra ha molto lavoro davanti a sé. Tutte le leggi promulgate sono state socialiste, e l’insuccesso scolastico è tra i più alti dell’area Ocse. Il Pp promette una selezione nazionale degli insegnanti e la promozione della formazione professionale. Sarebbe stato necessario un riferimento esplicito alla promozione della libertà di educazione e un’apertura al grande problema dell’incapacità della nostra società a trasmettere ciò che siamo alle nuove generazioni. Nell’ambito della lotta in favore della vita è importante l’impegno a favore delle donne incinte, anche se non si spiega bene come verrà cambiata la legge sull’aborto.

Dal programma dei Popolari si deduce che il governo di Rajoy dovrà lottare contro il peso eccessivo della Pubblica amministrazione. Ci sarà più libertà e meno interventismo. La musica suona bene, soprattutto se confrontata con la cacofonia dei sette anni di Zapatero. Quelle proposte dal Pp sono condizioni necessarie ma non sufficienti per il cambiamento di una Spagna soffocata da cinque milioni di disoccupati. Questo cambiamento è possibile solo quando si recuperano le ragioni di fondo che permettono di stare in piedi di fronte alle avversità: la fiducia nella realtà, che è sempre positiva, nonostante le difficoltà; il desiderio di conoscere, di costruire, di impegnarsi per tirare in piedi un Paese migliore; la lotta per questa creatività imprevista, piena di lavoro, che cambia il mondo. E, diciamolo anche se tutti vogliono censurarlo, la ricerca inquieta del significato di quello che facciamo, l’intuizione e la certezza che la vita è nelle mani del Mistero buono che fa tutte le cose.

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