La fede non sentimentale

- Lorenzo Albacete

Due sono le grandi feste religiose celebrate in questi giorni: Natale e Hanukkah. Entrambe sono state assimilate in America nella religiosità corrente. Il commento di LORENZO ALBACETE

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Foto Imagoeconomica

Due sono le grandi feste religiose celebrate in questi giorni: Natale e Hanukkah. Entrambe sono state assimilate in America nella religiosità corrente: staccate dalla loro origine in precisi fatti ed eventi storici, sono state fatte diventare un fatto sentimentale e sono state aggiunte al grande melting pot (calderone etnico, NdR). Vorrei cominciare con il riassumere le origini della festa ebraica dell’Hanukkah. Quanto segue è tratto dalla rivista The Week della scorsa settimana.

“Di tutte le feste ebraiche, Hanukkah è probabilmente quella con la maggior risonanza per i nostri giorni. È la storia di una battaglia contro l’assimilazione – la lotta per l’indipendenza nazionale del popolo ebreo – e delle sfide affrontate dallo Stato ebraico circondato da nemici e sostenuto dalla più grande potenza mondiale… Il Natale è una festa il cui significato deriva da sovrapposizioni secolari, con il rituale nordico (i tronchi di Yule, gli alberi sempreverdi dei druidi) cui si è sovrapposto la festa romana dei Saturnalia. Hanukkah, invece, è una festa di cui è stato cancellato il significato, poiché generazioni di rabbini hanno cercato di ridurre e sopprimere una storia troppo sconvolgente e pericolosa per entrare nella più tarda tradizione e prassi ebraiche”.

Gli eventi storici alla radice di Hanukkah sono i seguenti: “Più di un secolo prima di Cristo, il piccolo territorio che ora è Israele era sottomesso al suo potente vicino, un impero che si estendeva dalla Siria attuale fino a quello che ora chiamiamo Afghanistan. Questo impero era governato dai discendenti di uno dei generali di Alessandro Magno. Nel tentativo di integrare i loro articolati domini, questi sovrani pretesero che gli ebrei introducessero nel loro culto del Tempio alcuni elementi dei culti greci. Queste richieste produssero discordie interne tra gli ebrei: alcuni pensavano fosse saggio ubbidire e altri ritenevano che gli ebrei avessero qualcosa da imparare dai loro vicini di lingua greca. Ma altri rifiutavano decisamente i costumi greci e di essere governati da stranieri. Questi conflitti portarono ad assassinii, repressione, guerra civile e, ultimamente, a una aperta rivolta. I ribelli prevalsero. La famiglia che guidò la rivolta era soprannominata i Maccabei (NdT. martelli) e Hanukkah diventò il Giorno dell’Indipendenza del regno da loro fondato”.

Oggi, tuttavia, l’incontro con un’ideologia della religione come strumento di assimilazione in una società pluralistica ha cambiato il significato di Hanukkah. Non posso parlare per gli ebrei, ma per me il significato di Hanukkah si presenta non come ricordo del costo della fedeltà all’identità e alla fede ebraica, ma come una celebrazione di luce, di pace e solidarietà comune, vicina in effetti a ciò che è diventato il Natale (un commentatore ebraico scrive che Hanukkah è diventata la consolazione dei bambini ebrei che hanno paura che Santa Claus non gli voglia bene).

“La festa di Hanukkah tocca ogni questione centrale della moderna esistenza ebraica. Essa merita un racconto più completo e una celebrazione migliore delle frittelle di patate fritte (un piatto tipico di Hanukkah)”.

Anche il vangelo di Natale è stato privato dei legami con le sue origini storiche. La liturgia della Chiesa, però, ci protegge dal dimenticare completamente gli eventi che stanno dietro queste festività. Trovo grandioso che il calendario liturgico faccia seguire il giorno di Natale con la morte del primo martire, per non parlare della festività successiva dei Santi Innocenti. Insieme agli ebrei, dobbiamo resistere alla riduzione della nostra fede a un sogno sentimentale.

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