Una manovra (im)parziale

- La Redazione

Nella manovra del governo Monti  ci sono aspetti positivi, ma restano anche molti dubbi, soprattutto riguardo ai giovani, alle famiglie e alle piccole imprese

montinuova-R400
Foto Ansa

Il compito del Governo Monti non è facile. Non è facile in sé coniugare stabilità, equità e crescita, che sono gli obiettivi dichiarati dal Premier. E’ ancora più difficile farlo sotto la pressione dell’Europa, in un momento di stagnazione dell’economia e di forte rischio di esistenza della moneta. Dalla sua parte ci sono una maggioranza parlamentare che mai si  è avuta e il sostegno incondizionato dei media.

La manovra che e stata varata domenica, è riuscita nell’obiettivo? Per quanto riguarda la stabilità, la manovra presenta la stessa carenza di quelle del Governo precedente, non mira alla riduzione del debito, ma si pone come obiettivo solo l’azzeramento del deficit nel 2013. Non ci sono gli odiosi tagli lineari, anche perché non c’era più quasi nulla da tagliare, a meno di mettere mano agli stipendi pubblici. Ma vi sono misure a copertura potenzialmente peggiori.

Un conto, infatti, è realizzare misure strutturali, come la riforma delle pensioni, per ridurre il debito; un altro è farlo per coprire il disavanzo dell’esercizio. È un po’ come vendere la macchina per comprare la benzina… Prima o poi, dovremo mettere mano seriamente alla riduzione del debito, perché questo e l’intervento vero che chiederà la Merkel per salvare l’euro e la richiesta sarà per noi di dimezzarlo. Significherà dover fare una manovra da 45 miliardi all’anno per vent’anni. E le strade non sono molte: patrimoniale, privatizzazione, vendite del patrimonio immobiliare e pensioni. Se ci bruciamo la carta delle pensioni per il deficit, non potremo utilizzarla per il debito.

Sull’equità, se la si riferisce ai sacrifici richiesti agli italiani, bisogna riconoscere che questi sono distribuiti su tutta la popolazione. Ma se ci si riferisce a una dimensione positiva dell’equità, la manovra non presenta iniziative meritevoli di apprezzamento. Alla conferenza stampa, Monti ha annunciato che alla famiglia ci si penserà dal giugno dell’anno prossimo. Da quello che è dato sapere, il ritorno dell’Ici (ora Imu) non fa distinzioni tra single e famiglie numerose, con un’evidente iniquità a carico di queste ultime. Non pare neppure distinguere sulle prime case delle famiglie che pagano un mutuo e di quelle che hanno già finito di acquistarla.

Per quanto riguarda i provvedimenti per la crescita, se si eccettuano le semplificazioni per le imprese e la velocizzazione delle procedure per le infrastrutture (misure predisposte dal Governo Berlusconi per quel Decreto Sviluppo che non ha mai visto la luce per l’ostruzionismo di Tremonti), le misure sono riconducibili all’Ace (finalizzata alla capitalizzazione delle imprese), al credito d’imposta per la ricerca, alla defiscalizzazione parziale degli investimenti in fondi di venture capital per le nuove imprese tecnologiche e alla deducibilità della quota Irap che grava sul costo del lavoro. Vi è poi la rinascita dell’Istituto per il commercio estero, incomprensibilmente cancellato pochi mesi fa.

Si tratta nel complesso di provvedimenti utili, ma ascrivibili alle richieste delle grandi imprese, che saranno quelle che godranno dei benefici maggiori. Per una piccola impresa, il risparmio sull’Irap sarà di due, tremila euro. Per le banche e le aziende a tariffa (luce, gas, telecomunicazioni), il beneficio ammonterà a diversi milioni di euro. Anche del credito d’imposta per la ricerca beneficeranno le grandi imprese, in quanto le piccole fanno prevalentemente innovazione informale. Da questo punto di vista, sarebbe stato meglio premiare gli investimenti in nuove assunzioni di capitale umano qualificato, l’unico decisivo per il rafforzamento competitivo delle imprese di ogni dimensione e capace di rispondere al grave problema della disoccupazione giovanile.

L’intervento più importante per le piccole imprese è il rafforzamento del fondo centrale di garanzia, a condizione però che le banche siano in grado di erogare nuovi finanziamenti; l’anticipo di Basilea 3, ovvero il rafforzamento patrimoniale delle banche, e la crisi dell’interbancario hanno infatti determinato negli ultimi tempi un serio problema di liquidità agli istituti di credito e una drastica riduzione di nuovi affidamenti.

In sintesi, a leggere i documenti che circolano sulla manovra, si possono rintracciare alcuni elementi positivi ma resta un dubbio. È cambiato il gestore del ristorante, ma non lo chef. Tranne le pensioni per le entrate e le nuove risorse per la crescita per le uscite, il menù non presenta grandi variazioni. I tecnici dell’economia e delle finanze che propongono le soluzioni sono gli stessi di Tremonti e, prima, di Padoa Schioppa-Visco. Attendersi un radicale cambiamento di prospettiva è eccessivo. In particolare, al di là delle dichiarazioni, per giovani, famiglie e piccole imprese. Speriamo almeno che riesca a convincere Francia e Germania sulla trasformazione della Bce in una reale – e non virtuale – banca centrale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultimi Editoriali

Vedi tutti