Islamismo all’iraniana?

Gli eventi drammatici e per molti aspetti nuovi di cui è protagonista l’Egitto in questi giorni toccano profondamente chi ama quei luoghi. L'editoriale di LUCA DONINELLI

Gli eventi drammatici e per molti aspetti nuovi di cui è protagonista l’Egitto in questi giorni toccano profondamente chi, come me, ama quei luoghi, e quando sente nominare le vie e le piazze dell’odierna battaglia (soprattutto Piazza Tahrir) non può non ricordare volti e immagini che lo legano ad esse.

 Ho vissuto al Cairo per diversi mesi nel 1985. A quel tempo c’era ancora l’Urss pre-gorbaceviana, ma già da quattro anni alla presidenza della repubblica sedeva Hosni Mubarak.


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Come tutte le persone mosse da un minimo di buona volontà ma non sufficientemente informate, subii un forte contraccolpo all’impatto con quel paese, un senso di scandalo – per la povertà vera, quella che non avevo mai visto da vicino – che in breve si trasformò in amore. Parlo di amore per quel mondo, che noi abbiamo imparato a guardare con diffidenza (che è reciproca), il mondo islamico.


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Questo amore non è mai venuto meno, nemmeno dopo l’11 settembre, nemmeno dopo gli attentati di Madrid e di Londra. Non che non abbia conosciuto i limiti di quel mondo, ma per fortuna c’era chi mi era  compagno e m’insegnava a guardare l’uomo con simpatia e affetto. A questa compagnia devo tutto. 

Ho sempre saputo che le stragi non appartenevano alla natura del mondo islamico, anche se – e questo è vero – l’islam non aveva la forza per allontanare da sé quegli orrori, dichiarandoli cosa estranea.

Per molti anni non sono più tornato in Egitto. Quando ho rivisto il Cairo per la prima volta eravamo già nel nuovo millennio: vent’anni mi separavano da quel primo soggiorno. Al comando del paese c’era sempre Mubarak, ma la situazione generale – constatabile fin dall’aspetto esteriore della grande città – era completamente cambiata.


EGITTO/ Il "bivio" dei Fratelli musulmani mette in crisi piazza Tahrir

Innanzitutto gli abitanti del Cairo erano raddoppiati. E poi si respirava un’aria di povertà diffusa, che la crisi successiva non avrebbe fatto che accrescere, secondo il ben noto effetto-domino per cui alla fine il peso della crisi ricade sulle spalle delle classi più a rischio. E di classi a rischio in Egitto ce n’erano già tante.

Non sono un sociologo e non m’intendo di indicatori, però sono curioso, tengo gli occhi aperti e annoto quello che mi colpisce. Il metodo non è infallibile ma qualche risultato lo dà. Riassumo perciò le differenze che mi toccarono in questo secondo viaggio, e che in seguito furono confermate.


EGITTO/ Il "bivio" dei Fratelli musulmani mette in crisi piazza Tahrir

La prima cosa che notai fu che, nonostante il regime fosse lo stesso di vent’anni prima, le donne andavano in giro velate, mentre nell’85 era abbastanza difficile incontrarne una velata: nessuna, poi, portava il burqha, mentre stavolta se ne vedevano molte. Crescita, dunque, dell’influenza islamica estremista.

La seconda cosa che mi colpì fu, sembra un paradosso, la quantità di bancomat, internet café (o point), telefonini, negozi di catene occidentali, e soprattutto informatica, informatica, informatica: tutti i giovani in giro col loro pc portatile. Crescita, dunque, non solo dell’influenza islamica ma anche di quella occidentale. E non solo di queste, ma anche di internet e della sua libertà sempre pronta ad impazzire.


EGITTO/ Il "bivio" dei Fratelli musulmani mette in crisi piazza Tahrir

La terza cosa, come detto, era il tangibile impoverimento della città. Il senso di trasandatezza, di incuria, che già al tempo mi aveva impressionato, adesso dominava su tutto. Per strada si vedevano – a parte i soliti macchinoni lussuosi ultimo modello – gli stessi catorci che erano già tali nel 1985; il numero di mendicanti era salito (come anche da noi); gli edifici del centro sembravano in stato di abbandono, come se nessuno si occupasse della loro manutenzione; strade centrali in cui si aprivano voragini che non venivano riparate, rampe autostradali sterrate come viottoli di campagna…


EGITTO/ Il "bivio" dei Fratelli musulmani mette in crisi piazza Tahrir

Intanto leggevo che la popolazione scolastica era ingente, che la percentuale di laureati era alta, e che molti di questi laureati, specie se socialmente inferiori (come i cristiani copti, per esempio: uguali a tutti nei diritti, molto meno uguali nella tutela degli stessi) si trasformavano rapidamente in disoccupati.

Tutto questo produceva in me una sensazione di grande tensione. Percepivo fisicamente, camminando per la città, questa guerra tra poteri – quello americano consumista e quello islamico fondamentalista – tra i quali stava la gente, sopraffatta e abbandonata, come se a nessuno dei potenti interessasse veramente di loro.


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Mi domandai quanto sarebbe durata questa situazione. Ed ecco, oggi, la risposta. Una ribellione che è la somma di mille ribellioni, un gigantesco “non ne posso più” che è la somma di milioni di “non ne posso più”. 

Leggo che incombe il pericolo dell’islamismo duro, all’iraniana. Sarebbe davvero una beffa, se teniamo conto delle dinamiche che hanno condotto a questa svolta. Prendiamo ad esempio la condizione femminile in un paese in cui la donna studia, guida l’automobile e soprattutto lavora: chi dirà alle donne egiziane  che d’ora in poi dovranno starsene in casa e non lavorare più? Mentre la crisi – che altrove sta finendo – riduce alla fame decine di migliaia di famiglie che non l’avevano mai sofferta prima?

La voce dei poteri forti, quelli che mandano avanti il mondo, mi sembra completamente inadeguata al problema che sta scuotendo in questo momento l’Africa settentrionale, ma che potrebbe scuotere presto anche l’Europa. Da un lato si invoca una religione intesa unicamente come pura normativa (e quindi esercizio di potere), dall’altro si parla e riparla, come ha fatto la Clinton in questi giorni, di democrazia senza la capacità di dare un contenuto a questa parola alla luce dei fatti.

C’è bisogno di persone capaci di ascoltare la voce di questa gente troppo a lungo abbandonata a sé stessa, di questi poveri che per troppo tempo hanno subito un potere disinteressato al loro destino. Solo chi è in grado di leggere nel cuore di questa gente, nel loro urlo disordinato ma vero, saprà anche aiutarli a rendere umanamente utile e vantaggioso l’esercizio della democrazia e veramente amabile quello della fede. Fuori da questo, le derive sono già lì, sulla soglia.

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