Elezioni, sull’orlo della speranza

- John Waters

Oggi, l’elettorato irlandese si reca a votare nelle più strane e imprevedibili elezioni dalla nascita del moderno Stato irlandese

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Micheal Martin, Enda Kenny ed Eamon Gilmore, leader dei tre principali partiti irlandesi, in un dibattito televisivo (Foto Ansa)

Oggi, l’elettorato irlandese si reca a votare nelle più strane e imprevedibili elezioni dalla nascita del moderno Stato irlandese, nove decenni orsono. In questo momento sembrerebbe che, per la prima volta, ci sia la possibilità per una delle due fazioni che si combatterono nella guerra civile, agli inizi dell’Irlanda libera, di ottenere il potere da sola.

Nonostante sia nato dal movimento che, vinta la guerra civile, ha presieduto alla fondazione dello Stato, il Fine Gael non è mai riuscito finora a governare da solo. Perfino all’inizio dell’attuale campagna elettorale l’esito più probabile sembrava essere una coalizione tra il Fine Gael, considerato tradizionalmente un partito di centrodestra, e il Labour Party, di centrosinistra. Tuttavia, i sondaggi recenti sembrano indicare una perdita di peso dei laburisti, con la possibilità per il Fine Gael di ottenere da solo la maggioranza.

È probabile che questa eventualità non si avveri, ma il solo fatto che ve ne sia la possibilità è di per sé un cambiamento di rilievo. Da più di vent’anni nessun partito ha realizzato il sogno di governare da solo e l’unico che ci sia mai riuscito è proprio il grande rivale del Fine Gael, il Fianna Fáil, che prende voti un po’ dappertutto al centro e che è cresciuto sui resti di chi perse a suo tempo la guerra civile del 1922/23. Si ha così una misura, a livello politico, dello sconvolgimento portato nella vita pubblica irlandese dalla crisi economica che ha colpito il Paese negli ultimi tre anni.

La campagna elettorale è stata dominata dal tema dell’enorme debito che minaccia di bloccare l’Irlanda per i prossimi anni e dai dettagli sul recente accordo di salvataggio con il Fondo monetario internazionale e con la Banca centrale europea. Molti irlandesi ritengono che si tratti di un cattivo affare per l’Irlanda, con tassi di interesse punitivi e con l’ingiusta richiesta ai contribuenti irlandesi di continuare a pagare i debiti assunti incoscientemente dalle banche, di cui i cittadini non sono responsabili. Fianna Fáil viene non solo rimproverato di aver portato il Paese in questa situazione, ma anche di aver condotto le trattative con Fmi/Bce in un modo così debole da permettere che l’Irlanda diventasse il capro espiatorio dell’Eurozona, con i contribuenti irlandesi schiavizzati dalle tasse per proteggere le economie spagnola, portoghese e italiana.

In modi e con enfasi diverse, il Fine Gael e i laburisti hanno promesso di riaprire le trattative: il Labour Party parla apertamente di rinegoziazione, mentre il Fine Gael è in favore di accordi intereuropei per ridurre il peso sulle spalle dei contribuenti irlandesi. Interessante notare che il Fine Gael ha fatto notevoli progressi durante la campagna, a fronte invece di un declino dei laburisti. Questo esito può essere un riflesso del diffuso pessimismo sulla capacità dell’Irlanda di reggersi da sola, più che una reale valutazione delle due proposte.

 

Il sentimento dominante è infatti più di vuoto che di reale ottimismo, come se tutto avvenisse automaticamente, cioè non come espressione positiva della volontà o del desiderio delle persone, ma perché non vi è altra scelta, perché qualcuno deve risultare vincitore, anche se sono pochi quelli che hanno fiducia nelle istituzioni politiche. La rabbia del pubblico che ha caratterizzato il dibattito politico per quasi tre anni, alla vigilia del momento in cui poteva manifestarsi in modo concreto sembra aver perso energia e sta trasformandosi in qualcosa che potrebbe essere preso per apatia. In effetti, le discussioni più accese sono avvenute tra quelli che probabilmente saranno soci nel nuovo governo, Fine Gael e Labour, che si sono beccati su dettagli dei loro rispettivi programmi.

 

Il sentimento di pessimismo si unisce a un più profondo senso di inquietudine, fragilità e contenuta paura che sembra sottendere queste elezioni. In superficie appare il solito scenario, comizi elettorali, riunioni, volantinaggi porta a porta, ma al fondo c’è questo strano sentimento degli elettori. Normalmente le elezioni sono accompagnate da un’atmosfera popolare, da un’eccitazione che si esprime in duelli e punzecchiature tra i tradizionali avversari, ma questa volta tutto avviene in tono minore. Vi è una generale ritrosia tra la gente, una volta limitata ai ghetti cittadini dove ci si poteva aspettare una tale apatia degli elettori.

 

Questo atteggiamento passivo è particolarmente evidente tra i giovani, una specie di ferma riluttanza a essere corteggiati dai politici di professione, un elemento questo che potrebbe portare all’elezione di una serie di candidati indipendenti. In un’altra situazione ciò potrebbe significare un cambiamento radicale, ma è probabile che questi indipendenti, in termini aritmetici, rimangano ai margini del Parlamento senza un grande potere effettivo, finendo così per esasperare ancor più l’atteggiamento che ha portato alla loro elezione.

 

Se continua così, questa campagna elettorale rischia di far arrabbiare ulteriormente gli elettori, ma senza dar loro i mezzi per esprimere la loro esasperazione.

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