Libertà maltrattata

- Luca Doninelli

Pare che la libertà coincida con una opzione politica. Ma gli uomini liberi sono quelli che avversano berlusconi e i servi quelli che lo appoggiano? LUCA DONINELLI ne parla a Il Sussidiario

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Il cartellone di un manifestante (Foto: IMAGOECONOMICA)

Che cos’è la libertà, oggi? A cosa l’abbiamo ridotta? Non c’è dibattito politico o culturale, in tv o sui giornali, che non presupponga – magari senza che se ne parli apertamente – una certa idea della libertà, che io rifiuto completamente perché si fonda su un ricatto morale.

Per esempio, un intellettuale o un giornalista che oggi si dichiarino a favore di Berlusconi suscitano nel mondo culturale un moto di odio o, peggio, di compassione perché ritenuti non liberi. Essere dalla parte del Cavaliere significa, ipso facto, non essere uomini liberi. Con uno così, è il pensiero di molti, si può stare solo se si è pagati.

Viceversa, chi è antiberlusconiano è, ipso facto, un uomo libero. Il perché non è chiaro, ma è così. Non è certo l’opposizione al potere. Infatti un vero oppositore del potere dovrebbe continuare a esserlo anche quando gli antiberlusconiani vincessero. Ma gente fatta così non ce n’è molta. I più, da una parte come dall’altra, sono uomini di regime.

Io non ho nessun disprezzo per gli uomini di regime. Ogni regime – quello che c’è, quello che c’era e quello che ci sarà – ha i suoi uomini, dignitosi e rispettabili come tutti.

Mio papà, a Milano, durante la guerra fu imprigionato perché antifascista. Aveva diciott’anni, e altri ragazzi della sua età – soldati fascisti – lo fecero scappare. Nonostante i tempi grami, c’era, tra quei ragazzi, una considerazione della dignità umana maggiore di quella che incontriamo nei luoghi dove si fa cultura oggi.

Quello che non è sopportabile è che prevalga, nella nostra società, un’idea di libertà meschina e triste. Dire che la libertà è “essere liberi da” è peggio dell’odio, perché a differenza dell’odio (che non sarebbe possibile senza una certa considerazione del fattore umano) lascia fuori l’uomo, non ne tiene conto, lo dimentica. Così nessuna discussione, nessun dibattito – o quasi – è “alla pari”, perché un giudizio emesso a priori stabilisce in partenza chi è libero e chi non lo è.

 

Per fortuna la gente comune non si è ancora adeguata a questo modello così cupamente astratto. Ma il tempo stringe, ed è indispensabile chiedersi: da cosa si originano i nostri giudizi sulla cultura, sulla politica, sugli uomini? E’ necessario imparare di nuovo a piegarsi sulle cose umili e concrete, altrimenti saremo schiacciati tutti dai pregiudizi, anche e soprattutto chi dice di combatterli.

 

Eppure la nostra storia, i nostri centocinquant’anni, che celebriamo quest’anno in mille modi, ci ha insegnato altre cose. Cos’era la libertà per i ragazzi che andavano a morire in trincea durante la Grande Guerra? Cos’è stata per i prigionieri nei lager nazisti, nei deportati in Siberia? E’ dalla loro testimonianza che abbiamo imparato il senso di questa parola. Se Primo Levi avesse pensato che la libertà consisteva solo nell’uscire dal lager non ci avrebbe mai regalato quel capolavoro immortale che è Se questo è un uomo.

 

Quella libertà che un uomo conquista a fatica, con un grande lavoro su di sé, vivendo quel che gli tocca vivere, e che la grande letteratura – nata dalla prova della storia, che spesso vuol dire fame o guerra – ci testimonia attraverso racconti pieni di dolore e di difficoltà, sembra svanita dai discorsi di chi dirige il pensiero generale. Sembra fuori discussione il fatto che, se un uomo si trova – magari per vicende contorte – dalla parte “sbagliata”, sia perciò stesso un venduto.

Qualche tempo fa avrei detto: smettiamola con la politica, smettiamola di puntellare il potere, torniamo a fare come fece il monachesimo dopo la caduta dell’Impero Romano, ricostruendo pezzo per pezzo quella civiltà, quella cultura quella stima per l’uomo che vanno dissolvendosi ogni giorno di più.

 

Ma forse è tardi anche per questo. Oggi si tratta di trattenere, ciascuno dentro la sua trincea, quell’eredità secolare, cementata dal cristianesimo, che ci ha insegnato non soltanto il senso di parole-chiave come “libertà”, “democrazia”, “dignità”, “diritti”, ma anche il modo – si chiama “educazione” – di farle nostre, perché nulla di ciò che abbiamo ricevuto dai nostri padri può diventare nostro se a nostra volta non lo paghiamo.

 

Il guaio è che, anche se celebriamo (di malavoglia) i Padri della Patria, oggi non ci sono quasi più padri, che la trasmissione del senso delle cose avviene con difficoltà, che i nostri figli e i nostri nipoti rischiano di crescere come eterni bambini isterici. Perciò, con urgenza, dobbiamo moltiplicare l’impegno educativo.

 

Un tempo pensavo che l’educazione fosse compito di chi aveva a che fare con persone giovani: genitori, nonni, insegnanti. Non è così. Educazione e persona umana sono la stessa cosa. La questione educativa ci riguarda quando stiamo con i nostri figli ma anche quando lavoriamo, quando facciamo la spesa, quando cuciniamo, quando camminiamo per strada, quando andiamo al cinema, perché è nel modo di affrontare tutte le cose che si decide la libertà. Quella di cui non si sente più parlare. 

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