Teste calde e cuori tremuli

- Roberto Fontolan

Tutta la costa meridionale del Mediterraneo fino ai deserti della penisola araba sta tremando brutalmente. Un intero mondo è stato inghiottito e non ce ne siamo resi ben conto

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Un ribelle libico (Foto Ansa)

I francesi sono così, ci hanno distratto con la guerra in Libia e intanto si pappavano la Parmalat (magari per rivendercela). Ora, mentre aspettiamo di fargliela pagare con il nostro nuovo ministro dell’Agricoltura, ci resta la grana di una guerra poco sensata e, soprattutto, senza sbocchi: in Iraq la no fly zone seguita alla prima guerra dei Bush è durata quasi dieci anni!

Francesi e inglesi, gli allegri compari di tante avventure coloniali che hanno frequentemente lasciato problemi all’umanità (India e Pakistan, Palestina, Libano, Algeria e diverse aree africane), sono le “teste calde” del momento: avevano voglia di menare le mani, forse per riconquistare un posto al sole maghrebino e nascondere la mano che da Gheddafi avrebbe ricevuto molti soldi, forse per vendicarsi di certi brutti scherzi del colonnello come la vera e propria truffa giocata sul caso Lockerbie.

Altri, come gli americani, hanno esibito un cuore tremulo: Obama ha cercato molte coperture prima di concedere l’appoggio alle teste calde, che non avrebbero potuto agire senza gli Usa. La risoluzione dell’Onu è stata presentata dal Libano e approvata dalla Lega Araba, nonché da Arabia Saudita e Qatar e, soprattutto, dall’influentissima tv Al Jazeera, che ha un ruolo ben più pesante di quello che ebbe la Cnn nella prima guerra del Golfo.

L’Italia ha confermato il suo status di “nazione non”: c’è ma non c’è, attacca ma non attacca, è amica e non amica di Gheddafi che solo un anno fa poteva arruolare qui da noi cinquecento ragazze per catechizzarle con citazioni coraniche. Al partito nostrano che in questo momento ha le idee più chiare interessano soltanto i riflessi legati all’immigrazione, e quel che interessa alle altre formazioni è solo la politica interna. È un po’ poco.

Ma tutto quel che si è visto in questi giorni è piccino rispetto alle decisioni prese e alle azioni in corso. O suona falso. Si pensi ai sauditi, che mentre sostengono una rivolta in Libia mandano i soldati in Bahrein per spegnerne un’altra. Oppure alla Lega araba, che appoggia l’azione, poi la sconfessa, poi non si capisce. Le teste calde vogliono sempre “farla finita”, i cuori tremuli si chiedono come e con quali conseguenze. In questi ultimi giorni, con la querelle sulla Nato, si è visto fino a che punto di pericolosissima paralisi possono arrivare gli occidentali mentre hanno i loro aerei da guerra in volo sul Mediterraneo.

Da quando è scoppiata la rivolta tunisina, innescata da un giovane venditore ambulante che si è suicidato per protesta, schemi ruoli interpretazioni e previsioni cui eravamo abituati sono stati spazzati via, l’intero assetto perdurante da decenni si è sgretolato e ora ci mancano i punti di appoggio tradizionali. Non si è ancora metabolizzata l’eclisse di Mubarak, figura architrave di quell’assetto: ci vorrebbe molto tempo solo per fare questo, ma già l’enigmatico Yemen, sospeso tra Al Qaeda e militari, si trova in pre-guerra civile e il fuoco della ribellione raggiunge la blindatissima Siria (e all’ombra del caos generale la tensione è improvvisamente risalita in Israele, con l’attentato di Gerusalemme e gli scontri con Hamas).

I governanti superstiti (Giordania, Marocco, la stessa Arabia Saudita) cercano di evitare il contagio e solo il tempo dirà se i rimedi siano peggiori del danno paventato. Per migliaia di chilometri, tutta la costa meridionale del Mediterraneo fino ai deserti della penisola araba sta tremando brutalmente. Un intero mondo è stato inghiottito e non ce ne siamo resi ben conto. Ciò considerato, il fatto che la vicenda libica resti senza uno sbocco visibile è solo un dettaglio.

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