Quando divento grande, voglio…

- Lorenzo Albacete

Negli Usa si sta assistendo alla nascita di un nuovo mondo culturale: quello dei “vecchi giovani” distinto da quello dei “vecchi vecchi”

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Foto Ansa

La scorsa settimana sono rimasto ancora una volta “fuori circolazione”, perché ho dovuto accompagnare un mio stretto parente all’ospedale per delle cure. In ogni stanza c’era un televisore, così come in tutte le sale di attesa, sintonizzato per lo più su canali di notizie tipo Cnn, per cui non mi sono trovato del tutto isolato da quanto stava succedendo nel Paese e nel mondo, oltre le mura dell’ospedale. Tuttavia, ciò che stava accadendo tra le mura dell’ospedale rivelava della realtà molto più che non il confronto tra ideologie che stava avvenendo fuori.

Per esempio, al Pronto Soccorso, nel Reparto di Cura Intensiva, come negli altri reparti dell’ospedale, mi si sono riproposti gli argomenti di Susan Jacoby nel suo nuovo libro “Never Say Die” (Mai dire morire), recensito questa domenica da Ted C. Fishman in The New York Times. Secondo Fishman, in questo libro l’autrice “combatte per abbattere quelle combinazioni di ignoranza e avidità che lei pensa nascondano una sola, del tutto irrefutabile, verità: la vecchiaia più avanzata può essere brutta, abbrutente e lunga”.

C’è un telecomunicato pubblicitario in cui delle persone attorno ai sessant’anni descrivono i loro piani per il futuro e dicono, come dei bambini, “Quando divento grande, voglio…”, per poi parlare dei loro programmi di carriera come se fossero degli adolescenti. L’assunto è chiaro: gli anziani non devono essere portati a pensare di dover smettere di intraprendere nuove iniziative, studi, progetti, ecc., né a considerare le loro vite praticamente finite.

L’annuncio è sponsorizzato da un’organizzazione che si occupa di lobbying a favore degli anziani. Una di queste organizzazioni, alla quale io stesso appartengo, è stata definita come la più potente forza economica oggi in America, dato che i politici e i legislatori hanno paura di perdere i voti di una popolazione che sta rapidamente invecchiando. Secondo Fishman, “Jacoby vede il sorgere di una nuova discriminazione nei confronti degli anziani, che non si limita a stigmatizzare l’età, ma colpevolizza gli anziani per malanni fisici che nessun cambiamento di stile di vita o trattamento medico possono prevenire. In particolare, la sua opinione è che i nostri sogni di una vecchiaia attiva e vitale impediscano una chiara visione di cosa è l’età ‘vecchia-vecchia’, lo stadio estremamente vulnerabile che inizia attorno agli 85 anni”.

Io dovrei saperlo. Ho visto mia madre sparire lentamente sotto le devastazioni dell’Alzheimer, mentre amici e conoscenti andavano in crociera per il mondo. In aggiunta all’Alzheimer e ad altre forme di demenza, vi sono i dolori invalidanti, la perdita di autonomia, l’isolamento sociale, la povertà e altre condizioni di questo tipo che difficilmente possono essere superate dall’ingegnosità medica, da dosi di filosofia del tipo “lo posso fare”, o da innovazioni tecnologiche. La generazione dei “baby boomers” può credere di poter reinventare la vita dopo i sessant’anni, così come hanno reinventato l’adolescenza e la gioventù… o pensano di aver fatto, allungando di molto il periodo precedente la ricerca di un lavoro che potesse mantenerli insieme a una famiglia. Adesso sembra arrivato il momento di ridisegnare anche l’invecchiamento, allungando i tempi dopo i 60 e, magari, dopo i 90 anni.

Questa idea di poter ridisegnare la nostra vita non è del tutto nuova in America. Jacoby la considera una componente del pensiero americano e offre come prova vari esempi storici. Non voglio però discutere la particolare forma americana delle ideologie sull’invecchiamento. Il punto è che stiamo assistendo alla nascita di un nuovo mondo culturale: quello dei “vecchi giovani” distinto da quello dei “vecchi vecchi”.

 
Questa nuova categoria culturale è basata su una bugia, come fa notare Jacoby: “A 85 o 90 anni, qualunque soddisfazione si possa ipotizzare per il futuro, solo un pazzo o uno che ha avuto una vita estremamente infelice può immaginare che gli anni migliori debbano ancora arrivare”. Come mai tanti cadono in questa illusione? Perché, considerando la realtà angosciante, scelgono l’illusione (in termini giovannei: amano le tenebre più che la luce). Considerano la realtà spaventosa e insopportabile perché non riescono a vedere la bellezza della realtà radicata nel Mistero di essere. Ma anche questa strada può portare o alla tristezza o alla speranza e alla supplica che il Mistero riveli il suo Volto.

La Jacoby si definisce atea ed è quindi disposta a considerare il suicidio come una possibile soluzione a questo inarrestabile processo di decadimento fisico e intellettuale. Lo posso capire, ma, avendo avuto la Grazia dell’incontro con Cristo, il suicidio e ogni altra forma di disperazione sono per me irrealistici come una crociera ai Caraibi.

 

Ho scritto all’inizio che questa settimana in ospedale, circondato da pazienti anziani incapaci di vivere secondo i canoni della cultura “vecchia giovane”, ha influenzato il mio modo di vedere ciò che stava succedendo al di fuori dell’ospedale. Dovunque si parlava di rivoluzione dei giovani, di come la generazione di Facebook e Twitter avrebbe riunito tutti gli amanti della libertà e della pace nel mondo. Anche in questo caso, credo, si è di fronte a una fuga dalla realtà, non tra i giovani idealisti, ma tra gli osservatori e gli esperti adulti che non sanno educare questi giovani a dar corpo al loro idealismo in un modo realistico, aperto al Mistero cui la realtà tende.

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