Non basta una legge

- Daniele Bassi

Gli “stati generali” dell’università sono stati ospitati venerdì 8 aprile alla sala della Regina nella Camera dei Deputati. Il commento di DANIELE BASSI di Universitas University

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Foto Imagoeconomica

Gli “stati generali” dell’università sono stati ospitati venerdì 8 aprile alla sala della Regina nella Camera dei Deputati, per confrontarsi sul tema L’università possibile: esperienze in atto, convegno organizzato dall’associazione Universitas-University e dalla Fondazione per la Sussidiarietà. Oltre 180 docenti, tra cui i rettori di molte università, hanno assistito alle relazioni di Giorgio Vittadini (Milano-Bicocca, presidente della Fondazione) e del ministro Gelmini, oltre che a due nutrite tavole rotonde animate da alcuni tra i maggiori esponenti del mondo universitario, tra cui il presidente Lenzi del Consiglio universitario Nazionale e l’ex presidente della Crui, Decleva (per indisposizione era assente il neo-eletto Mancini, rettore dell’Università della Tuscia).
Non è bastata a Walter Tocci l’affermazione di Mattia Sogaro, presidente del Consiglio nazionale degli studenti universitari, che la legge 240 (approvata il 30 dicembre del 2010 e pubblicata nella GU a fine gennaio) non è la panacea di tutti mali dell’università. L’esponente del Pd, attento osservatore delle vicende della grande ammalata del nostro paese, si è spinto bel oltre ed ha denunciato senza sconti l’eccesso di regolamentazione che affligge l’università italiana, di cui la legge 240 non sarebbe che l’ultimo deprecabile capitolo.
Tocci, dopo avere sommariamente ricordato l’ipertrofia normativa che ha interessato l’università negli ultimi 15 anni, chiedendosi come mai la nostra accademia sia così innamorata dell’abbraccio asfissiante dello Stato, ha ricordato che storicamente gli aspetti più positivi dell’università non sono nati da norme prescrittive, e come negli altri paesi siano i rapporti internazionali e col territorio i riferimenti principali delle buone pratiche del fare università. “Deregolamentare” è stata la sua parola d’ordine, promettendo su questo obiettivo l’appoggio del suo partito.

Tocci non ha risparmiato nulla degli aspetti salienti della riforma Gelmini. Secondo l’onorevole del Pd, se gli atenei avessero davvero voluto applicare più virtuose pratiche nella valutazione e nell’assunzione dei docenti, avrebbero potuto farlo benissimo anche con la normativa pre-Gelmini, aggiungendo inoltre che non cambierà quasi nulla se il contributo dello Stato al funzionamento degli atenei continuerà a basarsi sulla spesa storica, mentre dovrebbe essere modulata prevalentemente sulle scelte degli studenti al momento dell’iscrizione, con una sorta di voucher di cui lo studente sarebbe titolare (proposta del resto non nuova, ma mai presa in seria considerazione da nessun Governo). Ha inoltre aggiunto che la carenza di vere “scuole” scientifiche da un lato e l’alleanza al ribasso tra politica e accademia sarebbero i veri responsabili del declino del nostro sistema universitario.
La risposta a Tocci è arrivata da Alessandro Schiesaro, della Segreteria tecnica per l’università del Miur, uno degli esperti a cui il ministro Gelmini ha affidato buona parte della stesura della legge: egli si è limitato a ricordare quello che secondo lui è il vero male dell’accademia italiana, lo statalismo, e che solo uno sparuto manipolo di professori sarebbe disponibile a rinunciare al sicuro abbraccio dello Stato, invadente ma rassicurante ad un tempo. E quindi non ci sono alternative: se l’accademia chiede allo Stato, normare bisogna!
Ma allora non c’è speranza per chi ancora crede che dovrebbero essere il piacere di fare ricerca e la passione per trasmetterla ai giovani, le linee guida del fare università? Un po’ di sollievo ha portato l’affermazione del ministro Gelmini quando ha affermato di non essere innamorata di questa nuova legge e di essere pronta a recepire ogni possibile istanza che porti a correggere le rigidità presenti, aggiungendo come siano a buon punto gli accordi con le Regioni per la gestione dei fondi del diritto allo studio, comprese le borse ed i prestiti d’onore (sarebbe prossimo il varo di una fondazione per la gestione ad hoc di questi fondi, da qualsiasi parte convogliati).

Alcuni interventi finali hanno esemplificato, attraverso il racconto di esperienze quotidiane come il reperimento di fondi dai bandi europei e da committenti privati, l’impegno propositivo negli organi di governo, la passione per far crescere i giovani del proprio gruppo di ricerca od il coinvolgimento in un dottorato consorziato tra diverse sedi, siano tutte occasioni in cui ciò che guida non è appena la normativa vigente, ma la passione con cui la persona sfida se stessa e l’altro (collega o studente che sia) nell’affronto con la realtà.
Possiamo allora rispondere all’affermazione di Sogaro che siamo ben consci che non sarà una legge a salvare l’università, perché il “fare” università è garantito solo dal desiderio di verità con cui si confrontano quelli che in università lavorano, ognuno partendo dalla piena responsabilità del proprio ruolo.

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