Lampedusa e Sant’Agostino

La situazione registrata in questi giorni di emergenza a Lampedusa induce LUCA DONINELLI a una riflessione su quel che è diventata la società europea nel corso del tempo

05.04.2011 - Luca Doninelli
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Un barcone di immigrati a largo di Lampedusa (Foto Ansa)

Guardo e riguardo su internet le immagini di Lampedusa nuovamente svuotata dopo la disperata invasione di migranti delle settimane scorse. Ora il paesaggio si è come svuotato, e la bellezza dell’isola contrasta con quello che resta della presenza di queste persone, e che gli addetti alle pulizie si stanno adoperando a far sparire.

Ma c’è qualcosa che è destinato a non sparire. È la domanda che sale dalle scene concitate dei giorni scorsi. Una domanda che non segue le coordinate del nostro mondo, né le costituzioni degli Stati, né il Diritto internazionale, né le più o meno legittime posizioni dei diversi partiti. Si tratta del diritto elementare dell’uomo ad avere un futuro, della sua aspirazione a una vita dignitosa, a una destinazione per il proprio viaggio.

Un mio amico kosovaro, Sebastian, che fu costretto anche lui, anni fa, ad attraversare il mare su un barcone, mi racconta che quel barcone, al viaggio successivo, affondò con cinquanta persone a bordo. Di quel barcone, come di molti altri, nessuno ha saputo mai nulla, e adesso il mare custodisce il triste segreto di quei poveretti. Perciò ogni volta che incontro o vedo in tv le facce degli immigrati in attesa di sistemazione, avvolti nelle coperte o alle prese con le visite mediche, penso a quanti altri non hanno mai visto questi momenti. E rido sinceramente quando il politico di turno grida il suo “föra d’i ball”, come se le sue parole potessero fare anche soltanto il solletico alla tragedia che si svolge sotto gli occhi di tutti, e che lui, semplicemente, non vede.

Il fatto è che la società ricca ha smesso di porsi le domande elementari che la nostra civiltà, nelle diverse epoche, si è sempre posta: che cos’è l’uomo, che cos’è il destino? Se lo chiedevano gli Ebrei e i Greci, se lo chiedevano i Padri della Chiesa, se lo chiedevano i dottori medievali e gli umanisti, gli idealisti e gli illuministi. Che cos’è un uomo? Che cos’è un emigrante? Che cos’è un uomo costretto a viaggiare per necessità? Che cos’è un uomo che annega, che cos’è un bambino che muore di stenti o che viene gettato fuori dal barcone mentre il mare è agitato? Che cos’è una donna che partorisce su una nave?

Non mi chiedo nemmeno che speranza possiamo offrire a quelle persone, ma soltanto se riusciamo a cogliere la speranza che li anima, e che fa tutt’uno con la loro sofferenza. Aver fatto tanta strada esige un termine del cammino. La responsabilità è di tutti noi, perché tutti noi – compresi quelli che dicono “föra d’i ball” – siamo i responsabili di quanto succede: non siamo lo sfondo, la scenografia, ma personaggi di un dramma. E il dramma è quello lì, è quel dolore lì, non quello che pensiamo noi.

Tornano alla mente S. Agostino e le parole sconcertanti che pronunciò all’indomani del Sacco di Roma del 410 d.C. da parte dei Visigoti. Anziché stracciarsi le vesti, osservò come, nonostante i morti e le devastazioni, che sono – purtroppo – il normale bilancio di tutte le guerre, una strana mitezza si fosse impadronita di uomini tanto selvaggi, tanto che le chiese non furono toccate e divennero anzi il rifugio in cui ciascuno poté preservare la propria vita. In questo modo, S. Agostino fece avanzare di cento chilometri la riflessione sulle invasioni barbariche, ricordando agli intellettuali scandalizzati (scandalizzarsi è uno sport per intellettuali) che le stesse domande si agitano nel cuore di tutti. Tanto da fargli concludere che solo Gesù Cristo poteva aver compiuto un simile miracolo. E lo sapeva bene, perché lui stesso era stato miracolato.

Oggi questa conclusione fa ridere. Anche i cristiani, temo, non ci credono. Ma che riso è? Proviamo a chiedercelo. Agostino, le cui osservazioni posero le basi per la costruzione di una nuova civiltà, parlò di miracolo operato dalla Grazia di Cristo. Oggi noi ridiamo, scettici, di quell’ipotesi, però intanto diciamo “föra d’i ball” o altre cose simili (il buonismo non è molto meglio, anzi: è peggio perché non possiede nemmeno quella pur demenziale sincerità). E non poniamo certo le basi per il futuro.

Intanto, milioni di uomini combattono per un destino umano. Per secoli e secoli i loro avi trovarono, ossia incontrarono in Europa (dove molti la pensavano come Agostino) una risposta. Ma se questa risposta dovesse finire di esistere, quale altra risposta degna di una simile domanda potrebbero sperare di trovare?

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