La memoria di Dostoevskij e Tolstoj

- Pierluigi Colognesi

La letteratura russa ha insistito con particolare lucidità e lungimiranza sul valore della memoria, specialmente nell’epoca del regime sovietico, come racconta PIGI COLOGNESI

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Aleksandr Solenicyn (Foto Ansa)

La Russia è l’ospite d’onore del ventiquattresimo Salone internazionale del libro che si conclude oggi a Torino e che ha come titolo «Memoria. Il seme del futuro». Certamente la letteratura russa ha insistito con particolare lucidità e lungimiranza sul valore della memoria. Non per nulla, quando la Russia si chiamava Unione Sovietica, poeti e scrittori si sono inventati un mezzo straordinariamente elastico e innovativo per conservare la memoria: il samizdat, cioè una letteratura libera che non si produceva nelle case editrici ufficiali, ma con poche copie scritte a mano o a macchina e fatte girare tra gli amici.

Ed è stato un grande autore russo, Solženicyn, a tematizzare il fondamentale ruolo della memoria per il costituirsi di un popolo libero e a denunciare lo speculare ruolo distruttivo della memoria da parte del potere, che dell’anima del popolo si vuole impossessare.

Ma memoria di che cosa? Nel breve spazio concesso a un editoriale, direi sinteticamente: memoria dell’insondabile profondità dell’io umano. La leggiamo nei vertiginosi dialoghi dei personaggi di Dostoevskij e nell’enorme epopea sociale e/o personale di Tolstoj; la vediamo spuntare da ogni parte nei fantasiosi romanzi di Bulgakov e nella vicenda del Dottor Živago di Pasternak. E tale profondità dignitosa e irriducibile l’ammiriamo erigersi, torturata ma non vinta, nelle opere di quelli che hanno avuto il coraggio di denunciare il mostro totalitario: Arcipelago Gulag di Solženicyn, Vita e destino di Grossman, I racconti di Kolyma di Šalamov.

La grande letteratura russa è percorsa dalla lucida consapevolezza che la grandezza dell’io non va automaticamente da sé; è minacciata da un potere tirannico. Troviamo questo spunto già nel poema Il cavaliere di bronzo di Puškin. Racconta del povero funzionario di Pietroburgo Evgenij, che aspetta solo di realizzare il suo piccolo sogno: sposare la giovane che ama, avere dei figli e invecchiare tranquillo. Ma un giorno la Neva, il fiume che Pietro il Grande aveva ingabbiato in possenti argini per costruirvi la sua capitale, straripa catastroficamente; la casa della fidanzata di Evgenij è travolta; lei muore e lui si dà a una vita randagia.

Una notte passa di fianco alla statua equestre di Pietro e, ritenendolo colpevole di aver costruito la città che gli ha ucciso l’amata, gli mostra il pugno. La statua si anima e inizia a inseguirlo e lo inseguirà fino alla morte. Quella bronzea minaccia è l’autocrazia zarista dei tempi del poeta, ma è anche l’utopia rivoluzionaria leniniana, il terrore staliniano, l’occhiuta censura, l’indottrinamento, la propaganda assillante; è anche la travolgente omologazione, l’asfissiante distrazione e l’endemica incertezza prodotte dal potere di oggi.

Cambiano i regimi e il potere/cavaliere di bronzo continua a inseguire l’io. L’ha scritto un altro grande russo, Solov’ëv ne Il racconto dell’anticristo. Il nuovo imperatore del mondo ha portato la pace, ha risposto ai bisogni materiali, ha soddisfatto le voglie del popolo e dato spazio all’espressione di ogni gusto, anche religioso. Come mai allora qualcuno non vuole riconoscere il suo potere?

Ciò che l’imperatore non può sopportare è che l’io sia così profondamente insondabile che neppure lui lo può soddisfare e quindi dominare e al gruppo di pochi io che non è riuscito a domare chiede irritato: ma insomma cosa avete di più caro?

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