Europa disoccupata

- Mario Mauro

Da diversi giorni in Spagna monta la protesta dei giovani contro gli alti livelli di disoccupazione. Un problema che riguarda anche la gran parte dell’Europa

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I giovani in piazza a Madrid (Foto Ansa)

Sarebbero oltre 130.000 le persone che da diversi giorni stanno occupando le piazze di Madrid e di altre città spagnole per protestare contro quella che sta diventando una piaga sociale mostruosa. La disoccupazione giovanile (sotto i 25 anni) in Spagna ha raggiunto il 44,6%.

In generale, la Spagna ha il più alto tasso di disoccupazione nell’Unione europea. Numeri da terzo mondo, che non possono essere spiegati come logica conseguenza della crisi economica. Ciò che sta accadendo in Spagna mette in evidenza un problema che si dilata rapidamente a livello comunitario. La media europea è infatti arrivata al 28,6% nel mese di marzo.

Il trend preoccupante ci dà lo spunto per auspicare un’inversione di marcia che non può limitarsi, come nel caso delle istituzioni europee, a incentivi e misure generiche mirate a contrastare la disoccupazione. Per dare davvero una risposta concreta a quel richiamo dei giovani spagnoli “vogliamo che i politici si preoccupino delle nostre vite”, occorre eliminare le distorsioni e gli equivoci di tipo ideologico.

Innanzitutto, è profondamente sbagliato che si dia per scontato che la flessibilità porti al lavoro precario. Se così fosse, infatti, sulla flessibilità e sulla competitività si starebbe radicando un atteggiamento equivoco che avrebbe come unica e infausta conseguenza quella di trasformare una generazione con le proprie speranze in una generazione di schiavi.

“Lo Stato è una armoniosa unità che abbraccia del pari le infime e le alte classi. I proletari né di più né di meno dei ricchi sono cittadini per diritto naturale, membri veri e viventi onde si compone, mediante le famiglie, il corpo sociale: per non dire che ne sono il maggior numero. Ora, essendo assurdo provvedere ad una parte di cittadini e trascurare l’altra, è stretto dovere dello Stato prendersi la dovuta cura del benessere degli operai; non facendolo, si offende la giustizia che vuole si renda a ciascuno il suo, Onde saggiamente avverte san Tommaso: Siccome la parte e il tutto fanno in certo modo una sola cosa, così ciò che è del tutto è in qualche maniera della parte. Perciò tra i molti e gravi doveri dei governanti solleciti del bene pubblico, primeggia quello di provvedere ugualmente ad ogni ordine di cittadini, osservando con inviolabile imparzialità la giustizia cosiddetta distributiva”. Questo passaggio della Rerum Novarum di Leone XIII è un monito che sembra essere ancora inascoltato a distanza di 120 anni.

Deve prendere il sopravvento una mentalità nuova, in cui tutti, istituzioni, imprese e lavoratori, si riconoscano pienamente. Questi non sono soltanto auspici basati su semplici supposizioni teoriche, ma è qualcosa di riscontrabile in alcuni paesi europei, su tutti la Germania. Se infatti in tutta Europa la disoccupazione aumenta, mentre in Germania diminuisce, questo non ha una ragione specifica, ma è da associare a quel circolo virtuoso creatosi in virtù della responsabilità di tutti gli attori in gioco.

Aver trasformato la flessibilità nel mondo del lavoro, che doveva essere l’occasione dal punto di vista culturale per sposare le ragioni del lavoro con le ragioni della competitività, si sta mutando, quasi geneticamente, in un atteggiamento di slealtà nella collaborazione tra imprese e istituzioni ai fini del conseguimento del bene comune. Questo si trasforma in un’ipoteca sui desideri di una generazione che finendo col vivere divisa rispetto al frutto del proprio lavoro e al proprio progetto di vita diventa una generazione incapace di speranza.

L’alternativa a questa situazione non è tanto la mentalità del posto fisso, quanto la capacità di imprese e istituzioni di dare fiducia a persone che, dopo essere state ragionevolemtne messe alla prova, devono essere considerate a tutti gli effetti partner dell’attività di impresa e partecipanti appassionati della convivenza civile.

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