Tra lupi e scimpanzé

- Pierluigi Colognesi

I nostri simili hanno della caratteristiche uniche: indicano una cosa interessante o pericolosa agli altri, sono pronti a dividere il cibo anche con estranei. Cose che gli animali non fanno

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Uno dei capisaldi della teoria evoluzionistica è che la specie si sviluppa selezionando quei suoi membri che acquisiscono le caratteristiche rivelatesi essenziali per la sopravvivenza, cioè per trovare più facilmente cibo e per difendersi meglio dagli avversari. Corollario necessario di questa teoria è che la lotta avviene tra individui isolati: i meglio dotati sopravvivono e trasmettono le loro qualità, i più deboli soccombono.

Qualche giorno fa, Repubblica ha dato conto di una serie di studi che mettono in discussione il corollario. Per quanto riguarda la specie umana non sembra infatti vero che si giochi tutto a livello di competizione tra individui. Gli uomini, anzi, hanno sviluppato in modo molto forte la disponibilità alla collaborazione. Non tanto quella che risulta conveniente anche in un branco di lupi a caccia, ma proprio quella che ha degli aspetti di altruismo e, addirittura, di gratuità.

Uno studioso ha ideato una serie si test che paragonano il comportamento di scimpanzé adulti con quello di piccoli bambini; il risultato è che i nostri simili hanno della caratteristiche uniche: indicano una cosa interessante o pericolosa agli altri, sono pronti a condividere il cibo anche con estranei, mentre «gli scimpanzé generalmente non offrono cibo nemmeno alla prole»; se poi «un bimbo di 14 mesi si accorge che un adulto è in difficoltà, non riesce per esempio ad aprire una porta perché ha le mani impegnate, cercherà di aiutarlo».

Insomma, noi umani abbiamo sviluppato l’altruismo, esercitando il quale, sostiene un altro studioso, proviamo addirittura piacere. Molte teorie sociali ed economiche (e anche educative) che puntano tutto sulla competizione dovranno probabilmente essere riviste. Gli studi citati si limitano a constatare il fenomeno, rimanendo su un terreno sostanzialmente materialista, ma forse si possono tentare ulteriori riflessioni.

La Bibbia racconta che, dopo aver creato l’uomo, Dio vide che «era cosa molto buona», cioè godeva di una completa armonia con se stesso, con gli altri e con la natura intera. Ma racconta anche che l’innocenza originaria è stata persa per un uso scorretto della libertà, per una negazione della bontà; come conseguenza, l’armonia si è rotta e Caino ha ucciso il fratello Abele. Questa frattura, insegna il cattolicesimo, non ha però distrutto completamente la natura umana; l’ha gravemente ferita.

La storia si svolge, allora, come continua scelta tra la fedeltà alla struttura originaria e il suo tradimento. Scelta che l’individuo compie liberamente e personalmente. Ma scelta per la quale diventa decisiva l’educazione che si riceve.

Se padre e madre continuano a mettere in guardia il figlio dagli altri, a renderlo sospettoso di tutti, a invitarlo a primeggiare imponendosi, sarà difficile che in lui emerga lo spirito altruistico; migliaia di anni di evoluzione della specie non saranno sufficienti a fare di lui una persona generosa. Viceversa, un’educazione alla simpatia nei confronti degli altri favorirà l’innata disponibilità collaborativa, quell’abissale apertura all’altro per cui siamo così simili al Creatore, che è rapporto di tre persone.

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