Figli senza padri

- Pierluigi Colognesi

In un recente articolo su la Repubblica, lo psicanalista Massimo Recalcati sostiene che è necessario e urgente rivalutare la figura del padre. Il commento di PIGI COLOGNESI

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Foto: Imagoeconomica

In un recente articolo su la Repubblica, lo psicanalista Massimo Recalcati sostiene che è necessario e urgente rivalutare la figura del padre. Per spiegarsi dice che dobbiamo passare dal mito di Edipo a quello di Telemaco.

Le due storie sono note. Edipo, per una misteriosa quanto inflessibile volontà degli dei, si è trovato a uccidere il padre e a sposare la madre. Per secoli la tragedia di Sofocle è stata letta come inarrivabile descrizione della potenza implacabile del fato, che realizza sempre ciò che ha deciso per gli uomini, anche se questi cercano disperatamente di sfuggirgli.

Con la nascita della psicanalisi, giusto un secolo fa o poco più, l’interpretazione si è trasformata nei termini del “complesso di Edipo”: l’uccisione del padre per conquistare il proprio ruolo virile rispetto al mondo femminile. Poi però la presunta necessità di uccidere il padre per diventare adulti si è costituita in dogma incontestabile in tutti i campi dell’esistenza; abbiamo così assistito all’attacco sconsiderato a ogni paternità, autorità e tradizione.

E ora siamo qui a constatare lo smarrimento di giovani che non hanno il padre, anche se in famiglia c’è questo adulto che si veste e parla da giovane e che goffamente cerca di essere “amico” del figlio; giovani che non riconoscono – nel senso che nessuno è capace di mostrarla loro – nessuna autorità al maestro, al professore, al prete e nemmeno all’allenatore di calcio. Lo smarrimento è evidente, perché senza una proposta autorevole il processo educativo non si avvia. E se sistematicamente autorevole viene identificato con autoritario, non c’è più niente da fare.

Telemaco è il figlio di Ulisse. Crede che suo padre sia morto chissà dove e subisce mestamente la prepotenza dei pretendenti al letto di sua madre e, di conseguenza, al trono di Itaca. Ma, sotto le vesti di un mendicante, la dea Atena lo rincuora: suo padre non è perduto e tornerà. A questo semplice annuncio, il giovane timido e remissivo si trasforma: diventa audace e coraggioso.

Ed effettivamente Ulisse tornerà e vincerà, con l’aiuto del figlio, i suoi nemici. Commenta Recalcati: «Siamo nell’epoca dell’evaporazione del padre, ma siamo anche nell’epoca di Telemaco; le nuove generazioni guardano il mare aspettando che qualcosa del padre ritorni». Certo, non il padre padrone, repressivo, puro vindice della disciplina, gerarca lontano; piuttosto il padre «capace di testimoniare come si possa stare in questo mondo con desiderio e, al tempo stesso, con responsabilità».

È a questo punto che il ragionamento dello psicanalista mostra, a mio avviso, un punto debole. Secondo Recalcati, il padre-testimone non può che essere «incapace di dire qual è il senso della vita, ma capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso». Perché questa paura strana di «dire qual è il senso della vita»? E poi che sicurezza può trasmettere un padre se semplicemente testimonia che la vita «può» avere un senso, ma non è in grado di dire di che senso si tratta? Legittimamente il figlio potrebbe chiedergli: ma sta vita un senso ce l’ha o no?

Domina ancora la paura che affermare qualcosa significhi ledere la libertà dell’altro. Invece, il padre autentico è eminentemente affermativo. Afferma prima di tutto l’esistenza del figlio e quindi la sua positività, e poi afferma e propone il senso per cui lui vive. Certo, il padre, come sostiene Recalcati, non è proprietario del figlio, così come non è proprietario del senso della vita che riconosce. Ma è solo affidandolo lealmente alla libertà di verifica del figlio che si mostra davvero padre.

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