C’è taglio e taglio

- Monica Poletto

Dopo l’approvazione della manovra finanziaria, il Parlamento dovrà discutere la legge delega fiscale e assistenziale. E il settore non profit rischia di uscirne ingiustamente penalizzato

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La manovra è stata approvata e il Parlamento ha dimostrato responsabilità di fronte alla crisi. Di questo non si può che essere contenti. La soddisfazione per lo scampato pericolo deve, tuttavia, accompagnarsi a un giudizio su quanto è stato votato, ma ancora di più sulle scelte future che il nostro Paese si troverà a fare.

La manovra contiene un lungo elenco di agevolazioni e regimi di favore che verranno ridimensionati (del 5% nel 2013 e del 20% nel 2014), a meno che non venga approvata in tempi brevi una riforma fiscale e assistenziale che elimini definitivamente alcune norme agevolative. Il ddl relativo a questa riforma è già passato al vaglio del Consiglio dei Ministri, ma l’elenco delle norme di favore che esso intende abrogare – la cui elencazione è rinviata a un allegato – proprio non si riesce a trovare.

La lettura delle quasi quaranta pagine di agevolazioni che la manovra ridimensiona contiene norme totalmente disomogenee, con ricadute diverse, a fronte dei soliti tagli orizzontali, cioè tutti uguali. Insomma, un lungo elenco della spesa acritico e non sufficientemente ragionato.

Riferendoci soprattutto ai “tagli” che incidono sugli enti non profit, alcuni sono particolarmente preoccupanti. Ad esempio, vengono ridotte le detrazioni/deduzioni per chi effettua erogazioni liberali in loro favore.

Certo, se i soldi dati agli enti non profit sono considerati una spesa di cui il Paese può fare a meno, ben vengano i tagli. Però la realtà non dice questo. Dice che gli enti non profit esercitano un ruolo di prim’ordine, nonostante siano considerati da tanti enti pubblici loro supplenti a cui chiedere prestazioni a prezzi più bassi e pagate tardissimo. Dice anche che in questo periodo di crisi hanno evitato derive sociali dovute alla perdita del lavoro e alla povertà sempre in aumento, spesso inventandosi soluzioni innovative ed efficaci.

Dunque, la detassazione dei soldi e dei beni donati alle realtà private che svolgono funzioni di pubblica utilità non può essere considerata dallo Stato una semplice voce di spesa. Si tratta di minori entrate a cui corrispondono minori spese: dunque investimenti.

E poi, questi enti si trovano ad avere entrate da convenzioni con gli enti pubblici ridotte all’osso e con dilazioni degli incassi spesso insostenibili; in molti casi sono impossibilitati dalle norme istitutive ad accedere a forme di cause related marketing (pena – ad esempio – la perdita della qualifica di Onlus). Se con il tempo non potessero neppure più accedere a erogazioni liberali detassate in capo al donante, come si pensa che possano sostenersi?

Tra le norme tagliate c’è anche l’articolo 13 del D.Lgs 460/97, ovvero quella norma che permette agli imprenditori di donare alla Onlus generi alimentari e farmaci fuorusciti dal normale circuito commerciale senza che ciò sia per loro considerato “destinazione estranea” all’esercizio dell’impresa (e, dunque, tassato).

Questa norma permette ai produttori e distributori di cibo e farmaci di donarli a enti caritatevoli. In un momento in cui l’Unione europea sta mettendo in discussione i programmi di aiuti alimentari e in cui i poveri sono in grande aumento, come si fa ad andare a toccare una norma così? Ci sarebbero tanti altri esempi, ma non aggiungerebbero che ulteriori elementi a una considerazione già evidente: le agevolazioni non sono tutte uguali, dunque non possono esserlo i tagli.

La riforma assistenziale approvata dal Consiglio dei Ministri il 30 giugno scorso contiene un passaggio molto interessante, in quanto prospetta un’inversione di tendenza nel rapporto tra ente pubblico e soggetto privato. All’articolo 10, infatti, viene esplicitato che la riforma del welfare avrà tra i propri cardini la libertà di scelta e la precedenza da darsi agli interventi del privato sociale. Dunque, una giusta valorizzazione del non profit, laddove esso dimostri di essere più efficiente dell’ente pubblico.

Ma uno Stato che riconosce il protagonismo della società deve poi agire in modo che le realtà che dalla società nascono possano vivere. Bisogna che chi fa le leggi inizi a conoscere queste realtà, a rendersi conto delle loro potenzialità e delle loro difficoltà, a riconoscere – molto pragmaticamente – la migliore allocazione delle risorse pubbliche che in molti casi garantiscono.

A fronte di uno Stato che sta dimostrando i problemi che sono sotto gli occhi di tutti, si tratta di decidere come spendere le risorse sempre più limitate: se utilizzarle per dare spazio a un vero protagonismo di chi c’è e opera o, invece, se per alimentare un apparato che ci paralizza e affossa.

C’è veramente da sperare che si intraprenda la prima strada e che lo si faccia con decisione e in tempi brevi.

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