L’Avvocato di Damasco

È dura la vita in Siria per un cristiano convinto che la libertà di fede debba per forza congiungersi con qualche altra libertà. ROBERTO FONTOLAN ce lo spiega attraverso la storia di un uomo

07.07.2011 - Roberto Fontolan
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Foto Ansa

Si può dire che non ha mai smesso di lottare. Il suo primo impatto con la durezza del regime risale al 1982, al tempo della grande rivolta islamica di Hama scatenata dai Fratelli Musulmani e che culminò con la distruzione della città e oltre ventimila morti. Quasi trenta anni dopo nella stessa città da parecchie settimane ogni venerdì si accumulano altri cadaveri, tredici in quello scorso, 1° luglio.

Allora l’Avvocato era giovane. Venne preso in strada dai poliziotti e picchiato selvaggiamente. Volevano sapere se era cristiano o musulmano. Lui rispose: “Ho vissuto sempre qui e nessuno mi ha mai rivolto questa domanda. Non risponderò ora”. I poliziotti continuarono finché un amico che non riusciva più a sopportare la gragnuola di colpi non disse: “Lasciatelo, è cristiano”. Schiacciata la rivolta, il quartiere venne raso al suolo e trasformato in parcheggio.

La storia dell’Avvocato specialista in diritti umani racconta la stessa storia della Siria di questi trenta anni. Un regime capace di autorizzare un buon grado di libertà religiosa per i cristiani e nel contempo di soffocare ogni diversità di opinione, ogni dissenso, ogni aspirazione a una vita pubblica meno cupa e corrotta.

Un potere clanico e settario, un partito onnipresente, un’economia di sussistenza, una protervia coloniale verso il vicino Libano, un rapporto ambiguo con la causa palestinese e con il conseguente “nemico” israeliano. Una “società”, per quanto se ne possa parlare, da un lato rassegnata e dall’altro nervosamente penetrata dagli islamisti.

Anni dopo le faccende di Hama, l’Avvocato riceve in uno studiolo di Damasco, fumoso e zeppo di gente: attivisti e mogli di attivisti in cerca di difesa. Curdi, comunisti, religiosi, riformisti senza particolari ideologie. Lui stesso entra ed esce dal carcere e dagli interrogatori di polizia, più o meno segreta. Gli ufficiali lo accusano di parlare con troppa durezza del governo, l’Ordine degli Avvocati vuole radiarlo perché assume la difesa di dissidenti molto in vista.

Il ritornello del potere è sempre lo stesso: “La Siria sta cambiando, le riforme arrivano, occorre avere pazienza, il nostro glorioso Paese è sotto l’attacco continuo delle potenze straniere: perché collaborare con i nemici che ci vogliono distruggere?”. Questo è l’argomento sempre utilizzato nel mondo arabo ed è l’argomento utilizzato in Siria per reprimere le rivolte di oggi (e adottato purtroppo anche da alcuni capi religiosi cristiani).

Nella famiglia dell’Avvocato si totalizzano sessanta anni di carcere, c’è un momento in cui tre fratelli e una sorella sono contemporaneamente dietro le sbarre. Lui resiste e lotta armato di grande fiducia, cosa che la moglie considera mal riposta: “Quando è andato sotto processo mi diceva: vedrai, si tratta di sei mesi al massimo; gli hanno dato cinque anni e mi ha detto: uscirò tra sei mesi”. Il marito è tuttora imprigionato.

Durante l’invasione americana dell’Iraq, il clima a Damasco peggiora molto, la teoria del complotto esterno diventa ossessione, ma la lotta continua. Esce la Dichiarazione di Damasco firmata da cinquecento intellettuali che chiedono di cambiare i rapporti con il Libano, finiscono quasi tutti dentro, incluso l’Avvocato. Il fratello ne promuove un’altra per una evoluzione democratica e viene di nuovo condannato. Nel 2008 i membri di un certo Comitato per i diritti umani entrano e rientrano in carcere per trenta mesi. Nulla sembra cambiare.

Non è solo il regime a creare problemi. Gli stessi oppositori sono frammentati e in concorrenza. A volte fare opposizione, dice l’Avvocato, si esaurisce nel rinchiudersi in un caffè a discutere per ore e ore. E poi c’è l’Occidente il cui amore per i diritti umani è intermittente e volubile. Funzionari europei incitano l’Avvocato a diventare presidente del Centro per i Diritti Umani, sostenuto e “protetto” dai nostri governi, ma poi di fronte alle proteste delle autorità di Damasco si dichiarano pronti a sostituirlo con un altro presidente meno inviso.

E così hanno fatto un bel guaio, prima esponendo l’Avvocato e poi abbandonandolo (il Centro è stato comunque chiuso dopo breve tempo dal governo di Damasco). Un’altra volta la presidente irlandese McAleese gli ha conferito un premio per i diritti umani. In Siria è stata considerata la dimostrazione della connivenza dell’Avvocato con le forze internazionali che vogliono impadronirsi del Paese.

Così vanno le cose in Siria per un cristiano convinto che la libertà di fede debba per forza congiungersi con qualche altra libertà (e non per forza coincidenti con il modello occidentale, questo l’Avvocato lo sa bene, è realista e lucido, occorre dare tutto il tempo a che “si formi una abitudine alla vita politica”). In marzo l’Avvocato carcerato ha annunciato uno sciopero della fame per sostenere le proteste di piazza. Domani in Siria è un altro venerdì.

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