A ognuno il suo

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Cosa c’è di nuovo oggi nel panorama politico ed economico italiano? Qualcosa di vecchio. Si parla, e molto, di liberalizzare e di privatizzare. Temi ben noti agli italiani

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La Camera dei Deputati (Imagoeconomica)

Cosa c’è di nuovo oggi nel panorama politico ed economico italiano? Qualcosa di vecchio! Si parla, e molto, di liberalizzare e di privatizzare, un tema che ci appassiona (!) oramai da qualche decennio, durante il quale poco o nulla si è liberalizzato, tanto invece si è privatizzato.

Il più delle volte con scarsi effetti, se si considerano gli obiettivi che si volevano raggiungere: favorire lo sviluppo economico, dare impulso all’imprenditoria giovanile, migliorare la qualità, l’efficienza e l’economicità dei servizi. Basti guardare alla madre di tutte le privatizzazioni, quella Telecom, che ha mostrato quanto privatizzare senza liberalizzare sia un meccanismo capace di scatenare le attitudini viziose della nostra imprenditoria, che pure possiede e, se vuole e quando vuole, mostra vitalità, doti e virtù impareggiabili.

Che in questi decenni si siano perse occasioni e opportunità importanti è giudizio condiviso: la politica (quella italiana, ma anche e non meno quella europea), di ogni segno e parte, non ha saputo avviare e governare un processo virtuoso di irrobustimento sociale ed economico, spinta da interessi corporativi fortissimi, nessuno dei quali disponibile a scegliere posizioni sanificatrici necessariamente accompagnate da gesti di sacrifico non di facciata.

Del resto, in un contesto così ognuno non può che ragionare pensando (a dirla con eleganza): “Perché proprio io?”. Oggi, poi, noi, che pensavamo di vivere in una società libera anche se poco virtuosa, scopriamo di esserci sbagliati quando ci sentiamo dire da voci autorevoli che è il momento di cambiare, perché sia finalmente libero tutto ciò che non è vietato! Prima vivevamo sotto tutela e soltanto se autorizzati a farlo e non lo sapevamo. Allora quale direzione prendere? La via imboccata dal Governo si mostra di segno positivo, ma chiede più coraggio, perché l’impresa è titanica e i rischi di un podestà straniero, con le sue tentazioni, magari elogiate, di vendere in fretta (magari all’estero) per ripianare la cassa, appaiono più alti dei vantaggi che potrebbe portare.

Le norme sulle liberalizzazioni contenute nel recente decreto legge sulla stabilizzazione finanziaria e, poi, i richiami da parte della Bce sul medesimo tema ripropongono con forza la questione. Ma a quali condizioni questo processo potrà risultare realmente utile? Proviamo a suggerirne qualcuna. In primo luogo è necessario riprocedere, senza indugio, all’individuazione dei settori per i quali permane l’esigenza di una forte presenza pubblica e un’altrettanto forte regolamentazione, con la conseguente immediata delegificazione degli altri settori; in secondo luogo, occorre avere chiara la distinzione che esiste tra la dismissione del patrimonio statico dello Stato e la privatizzazione di decisivi settori dell’attività economica del nostro Paese; infatti ben diversi sono gli effetti dei due processi sull’economia.

La privatizzazione di asset che attengono a settori produttivi di beni e servizi non sarà una buona privatizzazione se non vi sarà una vera e propria liberalizzazione. Sostituire un monopolista pubblico con un monopolista privato non comporta, di per sé, il rilancio dell’economia, il miglioramento del servizio e la capacità del settore di attrarre investimenti; per terzo occorre cambiare immediatamente l’articolo 29 del decreto legge e trasformarlo nel motore propulsivo di uno strutturale processo di liberalizzazione, riequilibrando il rapporto tra privatizzazione e liberalizzazione, che, nell’attuale formulazione della norma, appare pendere tutto a favore di una effettualità della prima, restando la seconda solo vagheggiata; infine, un processo capace di incidere molto in profondità sugli assetti sociali ed economici del Paese non potrà essere credibile e veramente utile se non con il coinvolgimento, non solo di facciata, di tutta la comunità nazionale nelle sue reali articolazioni.

Saranno i nostri politici, di governo e di opposizione, capaci di accettare questa sfida? Oppure, ancora una volta, avrà ragione il Principe di Salina e si opererà in modo che tutto cambi perché nulla cambi?

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