A Rimini, qualcosa di nuovo

- Alessandro Banfi

Il Meeting di Rimini si è concluso anche quest’anno, ma come ogni anno lascia una traccia, un messaggio, un mattoncino in più nel cammino di un popolo. Il commento di ALESSANDRO BANFI

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Folla in ascolto al Meeting di Rimini

Le parole del Meeting, così come riaffiorano alla mente, in modo prevalente. Le cose del Meeting, così come tornano presenti dopo essere tornati a casa. Senza ordine, senza filo logico, di getto come di getto sono recuperati alla coscienza i particolari di un sogno, flash di sensazioni che si impongono. La mia Versione di Rimini è questa.

Solitudine. Il primo miracolo è ritrovarsi in un gesto culturale di massa, per dirla in termini laici, sociologici e forse anche un po’ ideologici. Se c’è un’epoca in cui soprattutto i giovani sono educati alla solitudine, al guardare il proprio ombelico o al massimo lo schermo del proprio computer, è quella che viviamo. Il Meeting è invece ancora, dopo 31 anni (che fortuna pensare: c’ero già la prima volta, nel 1980…) un luogo di moda, controcorrente. Un gigantesco Flash Mob della fede e dell’amicizia fra i popoli. Un rapsodico e comunque inaspettato non essere soli, che commuove anche i cinquantenni come me. Il meglio del comunismo, rimasto in piedi anche dopo il comunismo…

150 anni. E tuttavia il cronista è il cronista e le notizie sono notizie, come insegnavano Jack Lemmon e Walter Matthau nel film Front Page, Prima Pagina. E dunque non si può tacere della luminosa e in qualche modo pregiudiziale (nel senso del pregiudizio buono) intuizione contenuta nella Mostra sulla Sussidiarietà. Il nostro Paese visto in altro modo, dal basso, dal Touring club alle Coop, davvero dal punto di vista di chi ha fatto la storia. Intuizione geniale che ha riequilibrato anche in termini di immagine, e diciamo pure politici, un’intera galassia di uomini e donne impegnati nel sociale. Un taglio che ha reso interessante il Meeting per gli storici di professione, per i giovani che studiano, per gli imprenditori e soprattutto per i molti politici che come sempre sono venuti in Fiera.

Dialogo e verità. A cominciare dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha avuto il grande merito di centrare la vera “inaugurazione” del Meeting su due necessità impellenti: dialogo e verità. Necessità madornali per la nostra classe dirigente, che deve, come dire, “ripoliticizzarsi” (come sostiene il filosofo sloveno Zizek) e trovare un terreno comune di intesa per far fronte alla Grande Emergenza che sta mettendo in crisi le democrazie occidentali. E allo stesso tempo non può ignorare la realtà. Necessità che a noi arrivano dal carisma che ha generato il gesto del Meeting e che insegna ancora oggi ad essere curiosi di qualsiasi interlocutore, fiduciosi come siamo della verità del suo cuore.

Ezechiele. La profezia riguarda il presente. Non c’è verità e non c’è dialogo, se non c’è giudizio sul tempo presente. La fede è davvero un corpo a corpo con la realtà, che tutto valorizza e tutto stima, cercandone il valore. Così nel Meeting della Grande Crisi (stupenda la Mostra … “E rivivrai” a cura della Fraternità San Carlo), è stata messa in luce l’esperienza del giovanissimo Ezechiele, mandato da Dio al popolo d’Israele nel momento di massima difficoltà, nella “valle di ossa aride”. Proprio nei momenti di Grande Crisi, il Signore chiede di più. Come accadde ai nostri fratelli maggiori, e a noi, come loro, dopo 26 secoli.    

La storia, le storie. C’è una storia che ha sempre un grande fascino, la storia dell’Incarnazione. Tante le storie particolari, al Meeting,  che sono in qualche modo collegate a questa storia, tematizzata in sé dalla suggestiva Mostra sugli occhi degli Apostoli (tutto è nello sguardo, come diceva il grande filosofo Levinas con un gioco di parole: l’etica è un’ottica) e dall’incontro sul libro di Antonio Socci, La guerra contro Gesù. Ma grandi, anzi grandissime, anche le storie dei non cattolici, degli ebrei come Joseph H.H. Weiler, degli arabi Usamah Elabed e Abdel Fattah Hassan e di tanti, relatori illustri e semplici visitatori, magari neanche battezzati. Ma che a Rimini hanno trovato qualcosa di autentico, di nuovo o forse di antico. 

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