Sulla strada giusta

- Robi Ronza

ROBI RONZA spiega perchè il programma di emergenza che Berlusconi e Tremonti hanno annunciato lo scorso venerdì sera segna un grosso colpo a favore del governo e quindi del nostro Paese

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Foto Ansa

Il programma di emergenza forte, innovativo e coraggioso che Berlusconi e Tremonti hanno annunciato lo scorso venerdì sera segna un grosso colpo a favore del governo e quindi del nostro Paese. E’ forte perché gode dell’appoggio della Germania, finalmente consapevole che difendendo se stessa l’Italia difende anche l’intera Eurolandia. E’ innovativo perché punta a delle positive “discontinuità” sostanziali e non più a quegli aggiustamenti di corto respiro cui sin qui troppo spesso Berlusconi si era limitato deludendo i suoi sostenitori senza per questo rabbonire i suoi oppositori. E’ coraggioso perché – salvo future marce indietro che speriamo vivamente di non dover più vedere – esso non prevede alcuna “concertazione”, ovvero nessun successivo tira e molla con quel blocco di organizzazioni ormai sostanzialmente neo-corporative che, sotto la guida della Confindustria, pochi giorni fa erano uscite allo scoperto tentando di riempire il vuoto provocato dalla stasi della politica con la pericolosa proposta di un governo di “tecnici” ovvero con l’instaurazione di un regime tecnocratico: un modello che storicamente non ha mai funzionato da nessuna parte e che sempre ha aperto la strada al peggio.    Spinto dalle urgenze ineludibili del momento, Berlusconi ha annunciato insomma che farà finalmente la grande riforma che aveva a suo tempo promesso ma poi mai realmente attuato. Adesso però deve farla davvero per il bene del Paese; e anche per il bene suo perché, diremo ancora una volta citando celebri parole non nostre, “chi promette una rivoluzione e poi non la fa ne muore”.

La strada è quella giusta, e la buona volontà la teniamo per certa. Restano però due problemi, l’uno di struttura e l’altro di filosofia politica, entrambi enormi. Due montagne gigantesche che però Berlusconi e i suoi devono assolutamente scalare, pena altrimenti il fallimento dell’intera operazione. Uno è la qualità della macchina amministrativa dello Stato italiano. Temendo la perdita di troppi consensi elettorali in un’area politicamente cruciale come Roma, nessun governo della Repubblica ha sin qui osato mettere mano alla riforma generale dell’amministrazione statale. Ma come si possono fare delle vere riforme di fondo con una macchina amministrativa sgangherata, costosa e inefficiente come quella che abbiamo? Rispetto a trent’anni fa la grande industria manifatturiera del Nord è stata radicalmente trasformata. Quando invece si entra in un ministero romano lo si ritrova come era negli anni ’60. Perché il nostro Paese possa sopravvivere nel mare tempestoso della globalizzazione occorre che anche la macchina dello Stato venga a modo suo altrettanto radicalmente riformata e trasformata. Sarebbe stato meglio farlo prima, ma a questo punto occorre farlo comunque adesso.

L’altro problema, forse ancor più decisivo (tanto più che in certa misura contiene pure il primo) è, dicevamo, di filosofia politica. Sarebbe un errore fatale il credere che un ritorno alla centralizzazione, magari mascherato da un abbondante impiego spurio della parola “sussidiarietà”, possa essere la strada giusta per una svolta del genere. Occorre piuttosto scommettere sulla sussidiarietà autentica: liberare realmente le energie della società civile, giocare davvero la carta del federalismo e quindi della piena responsabilità fiscale dei territori, l’unica via per giungere davvero in modo rapido e socialmente sostenibile a una forte riduzione della spesa pubblica improduttiva; emancipare il Paese dal peso ormai insostenibile di tutti i superstiti monopoli statali a cominciare da quello della scuola e dell’università, e dal semi-monopolio della ricerca. O Berlusconi imbocca davvero questa strada maestra o finisce appunto per non fare la rivoluzione che aveva promesso, con tutto ciò che ne consegue. 

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