Il salmo di Obama

- Lorenzo Albacete

LORENZO ALBACETE ci racconta le sue impressioni rispetto alle cerimonie per la commemorazione del decimo anniversario dell‘attacco terroristico dell’11 settembre

Obama_110911R400
Il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama (Imagoeconomica)

Sarebbe stato facile essere critici, o perfino cinici, guardando in tv le cerimonie per la commemorazione del decimo anniversario dell‘attacco terroristico dell’11 settembre contro gli Stati Uniti. Devo confessare che, all’inizio, io stesso ero in uno stato d’animo simile: non era poi così difficile guardare alla cerimonia di New York, a Ground Zero, come un imponente spettacolo di Broadway con effetti speciali realizzati molto bene e un cast di prim’ordine, e alle cerimonie a Washington e Pennsylvania come una replica dello spettacolo. Ma devo dire che alla fine della giornata non ero più di questo parere.

Sono rimasto colpito dal fatto che l’unico intervento del presidente degli Stati Uniti sia stata la lettura della Parola di Dio. Il presidente Obama ha letto il Salmo 45 (46) e si è poi seduto senza aggiungere alcun commento. Non so di chi sia stata l’idea di far proclamare la Parola di Dio al presidente in un simile drammatico momento, né so chi ha scelto questo particolare salmo, né che cosa esso significhi per il presidente Obama. Ho solo sentito che quella Parola era indirizzata a me, era un invito ad aprire la mia mente, a riconoscere che eravamo immersi in un Mistero totalmente al di là della comprensione umana, della politica interna o internazionale, del giornalismo.

Non so se la redazione me lo consentirà, ma sento l’obbligo di citare per intero quanto letto dal presidente.

Dio è per noi rifugio e forza,

aiuto sempre vicino nelle angosce.

Perciò non temiamo se trema la terra,

se crollano i monti nel fondo del mare.

Fremano, si gonfino le sue acque,

tremino i monti per i suoi flutti.

Un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio,

la santa dimora dell’Altissimo.

Dio sta in essa: non potrà vacillare;

la soccorrerà Dio, prima del mattino.

Fremettero le genti, i regni si scossero;

egli tuonò, si sgretolò la terra.

Il Signore degli eserciti è con noi,

nostro rifugio è il Dio di Giacobbe.

Venite, vedete le opere del Signore,

egli ha fatto portenti sulla terra.

Farà cessare le guerre sino ai confini della terra,

romperà gli archi e spezzerà le lance,

brucerà con il fuoco gli scudi.

Fermatevi e sappiate che io sono Dio,

eccelso tra le genti, eccelso sulla terra.

Il Signore degli eserciti è con noi,

nostro rifugio è il Dio di Giacobbe.

Vi è una frase che sintetizza tutto: “Fermatevi e sappiate che io sono Dio”. In effetti, fino a questo verso avevo pensato che gli americani stavano, ancora una volta, identificando la loro storia con quella del biblico “Popolo di Dio”, cioe con la storia di Israele, alla quale chiaramente si riferisce il salmo. In tal caso, dove era la nuova Città di Dio? A New York? A Washington? E il fiume che vi scorre attraverso, l’Hudson, il Potomac? Questi erano i miei cinici pensieri…

Mi hanno detto che alcuni sono rimasti sorpresi dal fatto che non fosse stato invitato a parlare, o a pregare, nessun rappresentante del mondo religioso, ma ciò non mi ha francamente posto alcun problema, dato che le cerimonie sono state organizzate dallo Stato e la presenza di un prete, di un rabbino o di un imam (ci sarebbero stati tutti e tre) avrebbe solo confermato l’immagine dello Stato come organizzatore di eventi religiosi (sono stato invitato una volta a rappresentare il mondo religioso a un evento civile e mi è stato detto per che cosa dovevo pregare con esattezza… e di evitare di pregare una divinità precisa!).

A ogni modo, quando il comandamento del salmo di fermarsi e di lasciare che Dio fosse Dio è stato letto dal presidente, ho capito che dovevo vedere quelle cerimonie in un altro modo, come il grido della religione perché il volto di Dio si rivelasse.

Per me, naturalmente, quella rivelazione è la faccia di Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio fatto uomo, e le storie ascoltate quel giorno erano un invito a vedere la Sua Croce e Risurrezione in quanto accaduto l’11 settembre del 2001, e che stava ancora accadendo nelle vite dei sopravissuti, dei loro parenti e amici.

Poi un amico mi ha mandato per e-mail le parole del Papa:

La tragedia di quel giorno è resa ancor più grave dalla rivendicazione dei suoi autori di agire in nome di Dio. Ancora una volta, bisogna affermare senza equivoci che nessuna circostanza può mai giustificare atti di terrorismo. Ogni vita umana è preziosa allo sguardo di Dio e non bisognerebbe lesinare alcuno sforzo nel tentativo di promuovere nel mondo un rispetto autentico per i diritti inalienabili e la dignità degli individui e dei popoli ovunque.

Il popolo americano deve essere lodato per il coraggio e la generosità che ha dimostrato nelle operazioni di soccorso e per la sua tenacia nell’andare avanti con speranza e fiducia. Prego con fervore affinché un fermo impegno per la giustizia e per una cultura globale di solidarietà aiuti a liberare il mondo dal rancore che così spesso scatena atti di violenza e crei le condizioni per una pace e una prosperità maggiori, offrendo un futuro più luminoso e più sicuro.

Questa è stata anche la mia preghiera l’11 settembre del 2011.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultimi Editoriali