Il cristianesimo estirpato

- Sussi Dario

Nel 1974 l’esercito turco invase l’isola di Cipro, divenuta indipendente nel 1960 dopo aspri confronti con gli inglesi. Da lì cominciarono i problemi dell’isola che ora è divisa in due

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La visita di Benedetto XVI alla chiesa di Agia Kyriaki Chrysopolitissa a Paphos (Cipro) nel 2010 (Foto Ansa)

Il viaggiatore che atterri a Larnaca e prosegua in auto verso nord per Nicosia sarà attirato da una strana visione: davanti a lui, sulla montagna distante chilometri, si evidenzierà il gigantesco disegno di una bandiera.

Di sera il disegno si illumina e l’effetto è insieme tremendamente kitsch e vagamente inquietante. La bandiera è quella turca e il viaggiatore è atterrato nell’isola di Cipro. E dopo che il viaggiatore farà un po’ di domande capirà: il messaggio dell’opera è destinato non ai visitatori stranieri, ma ai “nemici”, che sono poi gli abitanti della Repubblica di Cipro, quella riconosciuta internazionalmente, membro a tutti gli effetti dell’Unione europea, della quale anzi prenderà la presidenza di turno nel 2012, pienamente democratica e pluralista. Ma non sovrana sull’integralità del suo territorio. Ecco il perché del monito inciso sulla montagna e visibile da molto lontano. Ricorda ai ciprioti che lassù a nord comanda qualcun altro.

Nel 1974 l’esercito turco invade l’isola di Cipro, divenuta indipendente nel 1960 dopo aspri confronti con gli inglesi (ma quando chiederanno scusa per i disastri che hanno lasciato in eredità al mondo? Palestina, India-Pakistan, la Libia che verrà…) e un periodo burrascoso di falliti progetti di unificazione con la Grecia a opera di fazioni pro-Atene proseguiti poi in anni di tensioni e scontri tra le due comunità, errori tragici dell’una e dell’altra parte, interventi dell’Onu e così via.

Nell’isola convivono infatti la maggioranza greca e cristiana e la minoranza turca e musulmana. Si conoscono da secoli e tra alti e bassi hanno sviluppato comunque una società sufficientemente integrata e tollerante. Ma l’invasione spezza la storia comune. Un terzo del territorio viene occupato, oltre duecentomila greci fuggono o sono letteralmente deportati perdendo case e beni, Nicosia viene tagliata in due da un muro, l’ultimo ancora in piedi in terra europea.

La pulizia etnica nei Balcani degli anni Novanta venne copiata da quella di Cipro di venti anni prima. Oggi, se si eccettua un pugno di maroniti in un paio di villaggi, nel nord di Cipro non esistono più cristiani. Né le loro chiese o conventi o cimiteri. La dolente lista dei siti cristiani devastati e in rovina comprende oltre cinquecento voci. Qualcosa è rimasto in piedi, a uso turistico e dimostrativo. Ma la realtà è che le autorità turche hanno rifiutato alla Chiesa ortodossa persino il permesso di restaurare quei pochi monumenti ancora salvabili.

Così il viaggiatore che attraversi il “confine” tra sud e nord, tra la legittima Repubblica di Cipro e quella autoproclamata Repubblica Turca di Cipro Nord, un confine che nessuno Stato al mondo riconosce a parte la Turchia, visiterà una terra dove il cristianesimo è stato estirpato pezzo per pezzo o, se si vuole essere diplomatici, indotto a morire nel silenzio del mondo.

È un viaggio istruttivo in una terra desolata dove i campanili sono stati tagliati a metà e gli affreschi scartavetrati via uno per uno. Vengono i brividi a pensare che molti, anche in Occidente, indicano all’Egitto il “modello turco” di un potere presentabile e “democratico” spartito tra esercito e partiti islamici. Occorre però sapere che in quel modello il posto per una minoranza cristiana, anche piccolissima, infinitesimale, non c’è.

Lo si può vedere in Turchia e lo si tocca con mano nella parte nord di Cipro, presidiata da quarantamila militari, popolata da centocinquantamila coloni turchi “importati” dall’Anatolia e reclamizzata da agenzie immobiliari che vendono soprattutto in Gran Bretagna, Olanda e Germania: orrendi villaggi vacanze costruiti a decine sulla costa settentrionale su terreni praticamente rubati quaranta anni fa ai legittimi proprietari.

I nordici europei non ne vogliono sapere di storie complicate e di anticaglie religiose, basta un bilocale vista mare. Nazionalismo (il padre della patria Ataturk odiava le religioni, si sa), islamismo, etnicismo: francamente non è chiaro quale sia l’elemento preponderante nella minuziosa opera turca di eliminazione del cristianesimo, simboli inclusi. Forse è l’insieme di tutti i fattori e sicuramente anche di errori compiuti dai cristiani. Ma al di là dei trascorsi, è importante osservare quel che si gioca nella recrudescenza odierna dei rapporti tra il gigante turco e la formica cipriota: il ruolo che Ankara vuole ricoprire nel Mediterraneo, la debolezza umiliante dell’Europa che a fronte dell’improntitudine turca sulla regolamentare presidenza cipriota del 2012 non ha praticamente reagito, la tutela degli elementari diritti di sovranità e integrità territoriale, e infine la madre di tutte le grandi questioni degli anni Duemila: il destino dei cristiani orientali.

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