Dolce vita che te ne vai

Convinti della solidità del nostro sistema Italia, continuiamo a scherzare col fuoco e non proviamo a cambiare lo status quo. Ma, afferma ROBERTO FONTOLAN, delle forze su cui puntare ci sono

08.09.2011 - Roberto Fontolan
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Non si può danzare troppo a lungo ai bordi del vulcano. Può essere anche inebriante, ma giorno dopo giorno le forze si logorano, i piedi scivolano, il terreno comincia a sgretolarsi. E poi ciao, quando capisci che dovresti fare appello a tutto ciò che resta integro nel corpo e nella mente, è troppo tardi.

Bisognerebbe che in tanti andassero a (ri)leggere subito il grande libro di Malcolm Lowry – che lui stesso definiva una “Divina Commedia ubriaca” o anche “una profezia, un monito politico, un criptogramma” – dedicato allo stordimento del non senso, alla disgregazione solo apparentemente alcolica, all’autodissoluzione umana: sotto le vestigia del Console lo scrittore inglese, sregolato e disperato al pari del suo celeberrimo protagonista, raffigura il nostro mondo (una civiltà?) che alla fine viene divorato dal fuoco con il quale si illudeva di poter giocare a piacimento. E’ troppo apocalittico? Ammettiamolo, facciamo davvero fatica a credere a simili catastrofi e soprattutto che simili catastrofi possano davvero travolgerci.

La dolce vita italiana ci pare ancora una indistruttibile certezza, la piattaforma costruita con materiali non deperibili (fede cattolica “di popolo”, welfare, famiglia, modesto ma diffuso benessere, buona cucina, grande arte, belle città…) che lasceremo in eredità ai nostri figli. Una piattaforma che ci impedirà di precipitare nell’abisso ai bordi del quale preferiamo continuare a danzare e stappare bottiglie. Ma in realtà questa piattaforma è attraversata da crepe profonde e non ci salverà. Nella storia le storie finiscono: gli imperi, le epoche, le civilizzazioni sono morte.

Succede. E di questo passo finirà anche la dolce vita italiana, incorniciata nel quadro di una interessante vita europea dove non ci sono carestie, guerre interne, miseria dilagante, ma anch’essa destinata a finire se non smette subito di scherzare col fuoco. Perché si spostano dall’Occidente all’Oriente le grandi risorse finanziarie; perché l’innovazione tecnologica non è più monopolio di qualcuno; perché la cultura con la quale siamo cresciuti si sta inaridendo, perché salvo il formalismo delle regole e dei diritti il nostro mondo non sembra disporre di una proposta interessante per altri mondi; perché nessun governo, nessun organismo internazionale dispone del potere sufficiente per dirigere i flussi delle enormi quantità di denaro circolante nel mondo. E il nostro piccolo, struggente, dolcissimo way of life?

L’Italia paga come tutti gli altri queste trasformazioni epocali, e in più stiamo solo iniziando a pagare il conto per quel che non è stato fatto, e che se fosse stato fatto ci avrebbe aiutato ad affrontarle. Riduzione della spesa pubblica, riduzione della spesa politica, riforma istituzionale, semplificazioni normative (ma dove è finito quel ministero?), liberalizzazioni, de-statizzazione, rivoluzione del merito, valorizzazione dei corpi intermedi, sostegno alla famiglia, abolizione del valore legale della laurea, diminuzione delle tasse, riforma della giustizia, umanizzazione delle carceri e così via, inclusa la mancata modifica alla legge elettorale per ripristinare le preferenze dispoticamente eliminate. Ognuno può allungare l’elenco del “non fatto” perché ne parliamo tutti i giorni, nelle famiglie e con gli amici: non è vero che si diffonde il cinismo, ma abbiamo la sensazione di vivere dentro un grande corpo anchilosato e quasi immobile. È inevitabile la domanda: cosa sta dirigendo la nostra classe dirigente? E dove ci sta dirigendo?

Ci sono alcuni principi che sono per le società come i medicinali salva-vita per le persone, se non li assumi sei condannato. Tra questi l’apertura ai giovani è il più decisivo (si veda la campagna lanciata in questi giorni sull’insegnamento, www.appellogiovani.it) ed è il primo passo per allontanarci dal vulcano.

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