Auguri di che cosa?

- Pierluigi Colognesi

Tra Natale e Capodanno nell’etere, nelle fibre ottiche o sulla tradizionale carta ci si è scambiati tanti auguri. PIGI COLOGNESI ci spiega da dove deriva questa parola e cosa significa oggi

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Anche senza avere accesso agli enormi data base che raccolgono i testi dei messaggi spediti per telefono, posta elettronica, social network e anche senza avere a disposizione i sofisticati software che li analizzano (per studiare, controllare e indirizzare i nostri comportamenti), posso scommettere che la parola più ricorrente nelle ultime settimane è stata la parola auguri. Tra Natale e Capodanno nell’etere, nelle fibre ottiche o sulla tradizionale carta questa parola è certamente rimbalzata milioni e milioni di volte.

Deriva da augur, il sacerdote romano che traeva indicazione riguardo al futuro (augurium) dal comportamento degli uccelli, dal loro volo, dal loro modo di mangiare o dalle strida che emettevano. L’augure veniva interpellato in occasione di determinate cerimonie oppure prima di intraprendere progetti di particolare rilevanza. Ovviamente ci si aspettava sempre che il responso fosse positivo, cioè che l’augurio misteriosamente racchiuso nel comportamento dei volatili fosse di bene, di prosperità e di pace. È per questo che, usata senza ulteriori specificazioni, la parola augurio suona come desiderio, speranza, promessa di bene; il termine stesso augur sembra collegato col verbo augeo che indica crescita, incremento, aumento.

Tuttavia di per sé l’augurio potrebbe indicare anche qualcosa che va male; si parla infatti di “uccello del malaugurio”, cioè di un pronostico infausto. Ma certamente i milioni di auguri natalizi hanno sottinteso il significato positivo del termine; sarebbe innaturalmente cattivo augurare a un altro il male, il dolore, la sconfitta. Lo stesso si può dire degli auguri quotidiani che sono i saluti che normalmente ci scambiamo: buon giorno, buon lavoro, buona sera sono tutti suggerimenti positivi. Tutte le volte che incontriamo un altro gli auguriamo e ci aspettiamo che ci auguri il bene; e questo perché il cuore umano è fatto per il bene.

Ma il futuro nessuno lo conosce, nessuno sa che cosa esso ci porterà né in una prospettiva lunga come la vita, né in quella breve del giorno che vicendevolmente ci auguriamo buono. Per questo tutte le antiche civiltà hanno cercato di scoprire se ci sono segni che indichino di che qualità sarà il domani. Gli auguri romani scrutavano il volo degli uccelli, sacerdoti di altre religioni osservavano attentamente il moto delle stelle o altro. Per quanto si reputi scientifica la nostra civiltà, tali operazioni non sono affatto cadute in disuso; basti pensare alla mai venuta meno fortuna di oroscopi e maghi o al tanto parlare che si fa, in questo incipiente 2012, delle catastrofiche profezie dell’antico popolo maya.

Se non ci si vuole abbandonare alle variabilità del volo degli uccelli o alla misteriosa fissità del movimento astrale; se non si affida il futuro semplicemente alla riuscita dei propri o altrui programmi o propositi, bisogna concludere che farsi gli auguri ha un fondamento adeguato in quanto il bene che ci si augura nel futuro è già inizialmente nel presente, il bene di domani incomincia nell’oggi.

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