I danni della politica

- Fernando De Haro

La Spagna deve rimediare a una lunga negligenza. Per anni politici e sindacati hanno gestito le casse come pozzi senza fondo cui attingere. Ma i nodi vengono al pettine. FERNANDO DE HARO

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Quaranta miliardi di euro. È questa la cifra che il Governo Rajoy ritiene di dover chiedere all’Unione europea per salvare le banche spagnole, dopo che gli stress test realizzati dalla società di consulenza statunitense Oliver Wyman hanno stimato in circa 54 miliardi il loro fabbisogno di capitale. È dunque il turno dei salvataggi per la Spagna, dopo che già in passato il Regno Unito aveva aiutato Northern Rock, Lloyds e Bank of Scotland e che la Germania aveva soccorso Hypo Real Estate.

Le bolle che cominciarono a scoppiare nel 2007, e che hanno dato il via alla crisi che ancora stiamo soffrendo, hanno la loro origine nei sistemi finanziari che si sono brutalmente staccati dall’economia reale. E i salvataggi, che stanno diventando di ampie proporzioni, condizioneranno per molto tempo il nostro presente e il nostro futuro. È da poco stato dato alle stampe Bull by the horns: fighting to save Main Street from Wall Street and Wall Street from itself (Prendere il toro per le corna: la lotta per salvare Main Street da Wall Street e Wall Street da se stessa). Nel libro, l’autrice, Sheila Bair, racconta di quando il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha deciso di intervenire per evitare il collasso del sistema finanziario.

Bair descrive il momento in cui, lunedì 13 ottobre 2008, il segretario del Tesoro statunitense Henry Paulson, nel corso di una riunione con i grandi banchieri americani, annunciò un intervento da 125 miliardi di dollari. Tra i beneficiari c’erano Citigroup, Wells Fargo, JP Morgan Chase e Bank of America e altre banche d’investimento. I soldi dei contribuenti furono impiegati per risolvere la crisi di liquidità causata dai mutui subprime e dalla speculazione sui derivati.

La cancellazione della distinzione tra banche commerciali e d’investimento, la mancanza di un adeguato controllo da parte degli organi di vigilanza e, soprattutto, l’irrefrenabile avidità di un’industria finanziaria senza più alcuna base nella realtà hanno portato alla più grande frode della storia. A questo punto è ormai evidente l’inadeguatezza tanto del discorso naif degli indignados contro il sostegno alle banche, quanto di quello di chi teorizzava che le perdite fossero insostenibili. In effetti, ciascuna di quelle banche era too big to fail, troppo grande per fallire. Gli interventi negli Usa, di fatto, hanno continuato a essere necessari per mantenere a galla un gigante come Bank of America. Non intervenire avrebbe comportato danni superiori. Ma ciò non significa che bisogna dimenticarsi di come siano andate le cose. 

Negli ultimi giorni il salvataggio delle banche spagnole ha riportato a galla molte domande sull’origine degli eccessi, sulle responsabilità e sulle eventuali misure alternative. In Spagna, a differenza di quanto accaduto negli Stati Uniti, la bolla non è stata generata dall’industria finanziaria, che in questo caso si è mossa in un mercato più ristretto e non ha usato strumenti finanziari eccessivamente complessi. Le banche commerciali, inoltre, come accade nel resto d’Europa, sono separate dalle banche di investimento. E chi vigilava sul sistema finanziario aveva gli strumenti per sapere dov’erano le perdite, sebbene abbia deciso di non usarli per ragioni politiche.

Se diamo un’occhiata ai dati forniti dalla Oliver Wyman notiamo subito qual è l’origine dei problemi. Le necessità di finanziamento si concentrano fondamentalmente su due casse di risparmio. La principale è Bankia, agglomerato di ex casse di risparmio, che necessita di oltre 25 miliardi di euro. Ciò significa che la bolla è stata fondamentalmente alimentata da soggetti controllati dai principali partiti politici e dai sindacati, che non hanno svolto una gestione seria. Sono stati la partitocrazia e i sindacati burocratizzati a controllare i meccanismi del potere finanziario che ora è in difficoltà e a coprire i crediti che avevano concesso alle aziende immobiliari diventati inesigibili. Finché le perdite sono diventate troppo grandi.

La Spagna non può permettersi in questo momento di avviare un’inchiesta parlamentare come quella fatta negli Usa, che ha svelato il marciume del mercato puramente speculativo. La sua immagine all’estero ne soffrirebbe troppo. Però non si può nemmeno evitare, quando sarà possibile, di segnalare quali comportamenti e quale modello economico hanno reso necessario il salvataggio. Anche perché l’intervento a sostegno delle banche porterà il debito pubblico al 90% del Pil: un’ipoteca sulle prossime generazioni.

La partitocrazia e il sindacalismo convertito in apparato ci hanno reso più poveri. Ma l’esercizio che si appresta a fare la Spagna dovrà essere fatto da tutta l’Europa, perché come si è visto gli stress test del 2011 non sono stati sufficienti. Inoltre, non è giusto che la Germania continui a rifiutare di fare passi avanti verso l’unione bancaria per il timore che un’ispezione comunitaria porti a galla il fatto che le banche dei suoi Länder non hanno i conti in ordine.

Ma ciò di cui c’è più bisogno oggi è una nuova cultura che rifugga come il diavolo la speculazione finanziaria messa in atto sia dall’avidità dei mercati, sia dagli interessi dei politici che non si occupano del bene comune.

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