Lombardia, la corruzione e il desiderio

In una recente nota mons. Bressan, vicario episcopale della diocesi di Milano, ha lanciato l’allarme contro la corruzione. Dopo Piero Bassetti, il commento di MAURO MAGATTI

24.10.2012 - Mauro Magatti
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L’Italia è caduta agli ultimi posti nelle classifiche internazionali per quanto riguarda il reato di corruzione. Un dato sconfortante che pesa sull’intero paese e che riduce le possibilità di futuro. Uno spread forse addirittura peggiore di quello finanziario.

Di fronte ad un fenomeno di tale portata, le responsabilità individuali – che rimangono – vanno collocate dentro una lettura più ampia, capace di  cogliere le sue ragioni di fondo. 

L’intervento della Curia di Milano mi pare abbia il merito di provare ad aprire una riflessione in questa direzione. Non per fare della cattiva sociologia – così che, fornendo le spiegazioni di contesto, siano sollevate  le responsabilità personali – ma per riflettere su quelle che Benedetto XVI ha chiamato “strutture di peccato”.

Molti fattori concorrono a questo risultato negativo: oltre a quelli citati dalla lettera della Curia, si può fare riferimento all’eccessiva dimensione della intermediazione politica-amministrativa in un Paese che da decenni cresce troppo poco; o la tendenza del corpo sociale a produrre forme di corporatismo che costruiscono mondi chiusi sempre alla ricerca delle risorse per sopravvivere; o ancora l’inadeguatezza della macchina amministrativa e giuridica di un Paese in cui l’Azzeccagarbugli è professione antica. E potremmo continuare. 

Il problema è che l’Italia rimane molto vulnerabile ad un fenomeno come quello corruttivo, dal quale facciamo un’enorme fatica a liberarci. Viene da chiedersi se siamo mai usciti da Tangentopoli. O se, cambiando gli attori, la scena non sia rimasta sempre la stessa: attorno alla politica continuano a  ruotare disordinatamente nteressi troppo grandi che, prima o poi, riescono a trovare il pertugio per infilarsi.

Rimane, in ultima istanza, l’ambito educativo. Come la Curia dice. E su questo non si può non concordare: nella situazione in cui siamo arrivati, nessuna riforma, in se stessa, può riuscire a fermare l’epidemia. Semplicemente perché, al di là della lettera di qualsiasi legge, è l’accettazione del suo spirito che conta. Proprio quello che in Italia non siamo abituati a fare – come ci ricorda il popolarissimo “fatta la legge trovato l’inganno”.

Non rimane, dunque, che ripartire dall’educazione. Educare alla legalità, al coraggio civile, alla dignità personale. Educare, in fondo, a non cedere a quella proposta nichilista che la corruzione si porta dietro: dove qualunque cosa, alla fine, è destinata a capitolare di fronte all’offerta di una mazzetta.

Ma per quanto imprescindibile, anche l’azione educativa incontra le sue difficoltà. Per educare, infatti, ci devono essere degli allievi e dei maestri. I primi ci sono. Ma i secondi?

A meno che  l’educazione non venga riduttivamente concepita come mero trasferimento di nozioni  e procedure − e ovviamente non è questo il caso − educare comporta sempre un’esperienza. Per essere efficace, essa passa attraverso l’esperienza del maestro che la mette a disposizione degli allievi. Si può insegnare ad opporsi alla corruzione, se si è stati capaci di resistervi. Ma in un Paese dove le pratiche corruttive sono così diffuse, possiamo ancora sperare di trovare dei maestri?

Un risvolto impressionante delle vicende corruttive è quello di mettere in luce la fragilità delle nostre élites: quasi a rivelare che il livello di cinismo e di disinvoltura è destinato a crescere quanto più si sale lungo la scala sociale. Quando non sono i ceti popolari, ma le sedicenti classi dirigenti a distruggere il tessuto istituzionale, il problema è davvero serio.

Da dove, dunque, ripartire? A me sembra che la corruzione affiori più facilmente laddove viene meno la tensione verso il futuro. Nelle economie stagnanti e nelle società bloccate. Dove le élites non circolano. Un po’ come quando si va in bicicletta, sulla quale si tiene l’equilibrio solo a condizione di continuare a pedalare. Quando ci si ferma, diventa molto facile cadere. Allo stesso modo, quando in una società o in un’istituzione la tensione verso il futuro viene meno, quando non si riesce più ad avere una proiezione di desiderio, quando i criteri di merito si confondono, allora diventa difficile riuscire a contenere le spinte frammentate e frammentarie che costituiscono il terreno di coltura per la corruzione.

L’apertura verso il futuro costituisce alla fine la barriera più resistente all’offerta corruttiva. Solo se si è davvero proiettati nella costruzione di qualcosa che merita la nostra vita, la corruzione finisce per essere un’offerta poco convincente.   

 

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