Il pianto di Dostoevskij

Ecco come Hegel ferì il cuore del grande scrittore russo quando venne cacciato dalla polizia zarista. Lì nacque il suo compito: liberare la ragione dalle pareti del bunker. Di PIGI COLOGNESI

08.10.2012 - Pierluigi Colognesi
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(Infophoto)

L’invito ad “allargare la ragione” è costante nel magistero di Benedetto XVI. Per capire meglio di cosa si tratti e quale sia la decisività della posta in gioco, può essere utile la lettura di Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere, di László Földényi, un libriccino di sessanta pagine, pubblicato dal Melangolo qualche anno fa. Niente paura: non si tratta di un complesso trattato sul mostro sacro della filosofia tedesca, né di un difficile saggio di esegesi letteraria sullo scrittore russo. Partendo, piuttosto, da un episodio estremamente minuto, l’autore evidenzia – in uno stile piano, facilmente leggibile da chiunque – il contenuto ultimo della razionalità non larga che domina la nostra cultura, e ne mette in mostra le tragiche conseguenze.

Perché Dostoevskij scoppia a piangere? E cosa ci faceva in Siberia? Ci era stato spedito in punizione dalla polizia zarista e quei lunghi anni di pena e solitudine in una terra aspra e inospitale segnarono per lui il cambiamento radicale che ne fece il grande e terribile romanziere che conosciamo. Pianse perché lesse – immagina Földényi – che nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia Hegel non voleva parlare della Siberia perché essa “giace fuori dalla storia”. Ma come, pensa Dostoevskij, il grande filosofo che si vanta di voler spiegare “razionalmente” l’andamento delle vicende storiche mi taglia fuori? Perché mai io e la mia sofferenza qui dovremmo essere esclusi dalla storia? Che razza di storia produce la presunzione razionalistica del filosofo: una storia in cui non c’è spazio per il dolore, per il peccato, per il buio che sta al fondo di tante azioni, per l’indicibile desiderio e l’inconfessabile cattiveria. È una storia che non ha più niente di vivo, perché è stata preventivamente spurgata da tutto quello che non rientra nella categorie costruite nel comodo di un’aula universitaria, dove le correnti gelide o infuocate dell’esistenza concreta non entrano mai.

Tutto il seguito del volumetto è la descrizione delle conseguenze fatali di questo primo, imperdonabile errore. Conseguenze per cui le pareti della pulita aula universitaria si trasformano in quelle – per usare l’immagine di Benedetto XVI al Bundestag – di un bunker. Quell’uso della ragione, applicato alla descrizione della persona, ne elimina tutti gli aspetti inquietanti e paradossali; quelli che ne fanno, come Dostoevskij dimostrerà, personaggi dei suoi romanzi, la grandezza nel bene e, spesso contemporaneamente, nel male. Applicato alla destinazione verso cui sono indirizzati sia la persona che la storia, quella “razionalità” (ma sarebbe meglio dire “razionalismo”) conduce all’eliminazione del divino, del soprannaturale, per finire inesorabilmente nella schiavitù della tecnica, cioè di ciò che la ragione sa autonomamente produrre e calcolare. Niente più inferno e paradiso; ma allora niente più possibilità di redenzione, di sperimentare, come è stato per l’autore dei Karamazov, che persino i lavori forzati possono produrre “una grande felicità”.

Insomma, scrive Földényi, “la nostra civiltà sembra aver dimenticato il fatto che la sua esistenza è radicata in qualcosa che non domina e non può influenzare”. E, invece, riconoscerlo è autentica razionalità.

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