Cambiamo lo Stato

In Spagna la Catalogna continua a chiedere l’indipendenza e si è pronti a trasformare le elezioni di fine novembre in primo passo per la secessione. Il commento di FERNANDO DE HARO

01.11.2012 - Fernando De Haro
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L’insistenza con cui l’attuale governo della Catalogna parla di indipendenza richiede di approfondire il tema della relazione tra uno Stato e una Nazione nell’Europa del XXI secolo. Quel che sta accadendo in Spagna nelle ultime settimane dimostra quanto sia importante articolare un adeguato “dibattito nazionale”.

Convergència i Unió (CiU), il partito che governa oggi in Catalogna, ha ribadito la sua volontà di trasformare le elezioni del prossimo 25 novembre in un primo passo per “rompere” con la Spagna. Nel suo programma elettorale si parla dell’intenzione di costruire “un proprio Stato nella cornice dell’Europa”.

L’attuale sistema costituzionale spagnolo ha meccanismi sufficienti per far fronte a un processo di secessione, che è, ovviamente, illegale. Tale sistema contempla persino la sospensione del governo regionale. Ma diciamolo subito: questo non è il modo di risolvere il problema. Il nazionalismo ha molti presupposti errati. Parte da alcuni fondamenti antropologici che, in molti casi, non sono giusti. E i suoi argomenti non sono storicamente accurati.

La necessità dell’indipendenza è stata in gran parte alimentata dalla classe politica. Ma c’è un fatto indiscutibile: nel caso si tenesse un referendum in Catalogna, con una domanda che, in un modo o nell’altro, chiedesse la secessione, una buona parte dei catalani voterebbe a favore. A differenza di quel che accade nei Paesi Baschi, i sondaggi mostrano infatti che circa la metà dei catalani non vuole continuare a essere cittadino spagnolo o non vuole continuare a esserlo come lo è stato finora.

È chiaro che l’unità della Spagna è un bene. A tutti i livelli: economico, storico, sociale e morale. Ma è anche evidente che c’è una parte della società catalana che la rifiuta. E per questo è necessario un dibattito profondo. Finora, infatti, il confronto è stato molto esasperato: non c’è un dialogo in cui si espongano autenticamente le proprie ragioni.

Un primo elemento per avviare un dialogo che al momento non esiste è la storia. L’unità della Spagna non è arrivata, come in altre nazioni europee, in pochi anni e secondo un modello calato dall’alto. Non è il frutto di uno Stato liberale ottocentesco dovuto all’imposizione di un modello regionale al resto del Paese. È un’unità che nasce da un accordo, almeno tra due regni. Questa è sempre stata la sua ricchezza.

D’altra parte non dobbiamo aver paura di ammettere che alcuni degli elementi della Costituzione del ‘78, che finora hanno articolato l’unità territoriale, potrebbero aver bisogno di un aggiornamento. Jon Juaristi, l’intellettuale che più si è dato da fare in Spagna per smascherare le falsità del nazionalismo, ha sostenuto la necessità di un nuovo patto costituzionale. I sostenitori dell’unità della Spagna non possono non ascoltare ciò che dice una parte della Catalogna. E non possono mantenere una posizione difensiva. C’è molto di cui parlare. E, soprattutto, c’è da cercare una soluzione di “accordo” per una forma di Stato condivisa. Come abbiamo fatto all’inizio dell’età moderna, come abbiamo fatto nei momenti meno bui del XIX secolo, come abbiamo fatto nella Transizione verso la democrazia.

La struttura dello Stato spagnolo che si trova nella Costituzione del ‘78 è il frutto di un difficile compromesso e allora fu trovato un modello che non esisteva da nessun’altra parte. Probabilmente non funziona più. Non è uno scandalo riconoscerlo. Le forme di Stato non sono dogmi.

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