La scuola che sfida lo Stato

In Spagna è stata prestentata la seconda bozza del progetto della nuova legge sull’istruzione. Subito si è sollevato un dibattito, con le proteste di chi vede un attacco alla scuola statale

11.12.2012 - Fernando De Haro
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In Spagna si discute di scuola. La seconda bozza del progetto della nuova legge sull’istruzione è stata presentata alle Comunità autonome e il nazionalismo catalano ha levato il suo grido. Il fatto è che si sta cercando di dar seguito alle sentenze della Corte di cassazione affinché i genitori che ne fanno richiesta possano far educare i loro figli in spagnolo e non necessariamente in catalano.

La questione della lingua è senza dubbio importante. Così come il fatto che l’ora di religione abbia un’alternativa o che l’educazione alla cittadinanza, materia inventata da Zapatero, si sia rivelata un nulla di fatto. Però, si parla poco di una questione essenziale: la nuova regolamentazione della sussidiarietà nel sistema educativo.

Dal 1985 esiste in Spagna un “sistema vergognoso di sussidiarietà”. Franco, nei primi anni della dittatura, pretese che tutte le scuole fossero gestite dallo Stato. Se era un dittatore cattolico, perché non ha voluto scuole cattoliche? Tuttavia la Chiesa ha resistito alla statalizzazione e quando è arrivata la democrazia esisteva un’ampia rete di centri di iniziativa sociale che si mantenevano grazie al sostegno dei genitori e di alcune sovvenzioni.

A metà degli anni 80, il governo socialista di Felipe González ha creato il sistema della parificazione. Si tratta di un sistema di “sussidiarietà vergognosa”, perché l’integrazione dei centri di iniziativa privata nell’impianto pubblico e il loro finanziamento non dipendono dalla domanda sociale o da criteri oggettivi, ma dai governi regionali. Quindi, in ultima istanza, da una scelta politica. Si tratta di una soluzione lontana dal modello di servizio pubblico definito 20 anni fa da Julian Le Grand come “choice and competition” (scelta e concorrenza).

La pianificazione dell’offerta, infatti, in questo caso non avviene in funzione delle richieste dei genitori. La normativa vigente stabilisce che “le amministrazioni educative garantiscano l’esistenza di un numero sufficiente di scuole, specialmente nei luoghi di nuova urbanizzazione”. Questa regolamentazione in molti casi ha permesso ai governi regionali di restringere le concessioni alle scuole parificate, per cui c’era un’alta domanda, e di continuare ad aprire scuole direttamente gestite. La decisione era motivata dal fatto che era necessario “garantire scuole pubbliche” sufficienti, anche se pochi le richiedevano.

Nonostante questa norma sia stata un freno per la sussidiarietà, ci sono regioni come i Paesi Baschi in cui il 50% degli studenti frequenta scuole di iniziativa sociale. Dove hanno governato i nazionalisti o il Partito popolare, il tasso di iscrizione nelle scuole paritarie oscilla tra il 30% e il 40%, mentre nelle regioni tradizionalmente governate dai socialisti è molto più basso.

L’istruzione di iniziativa sociale che si integra nel sistema pubblico comporta un importante risparmio di 8,6 miliardi di euro l’anno. Un rapporto della Confederazione spagnola delle scuole evidenzia che un alunno di una scuola parificata costa tra i 2.000 e i 3.000 euro l’anno, mentre un alunno di una scuola gestita direttamente dallo Stato costa tra i 5.300 e gli 8.400 euro l’anno. Il tasso di insuccesso scolastico nelle scuole di gestione pubblica è del 33%, mentre in quelle paritarie arriva al 14%. Sono dati che vanno parzialmente corretti, dato che ci sono più alunni stranieri nella scuola statale, ma in ogni caso indicano un maggior efficacia delle paritarie.

Ma la nuova legge cosa prevede circa la sussidiarietà educativa? La prima bozza era un disastro, perché non modificava i criteri di pianificazione, mentre la seconda ha già introdotto alcuni miglioramenti. Infatti, stabilisce che l’amministrazione offrirà “scuole sufficienti”, senza specificare se siano statali o parificate. Inoltre, assicura che tra i criteri per la nascita di nuove scuole verrà considerata la “domanda sociale”.

Alcuni si sono messi le mani tra i capelli assicurando che questo comporti una privatizzazione dell’istruzione, segno che la mentalità statalista ha creato molte resistenze. In realtà, siamo di fronte a una piccola apertura verso una sussidiarietà non vergognosa e, difatti, alcuni consiglieri del Pp considerano la nuova legge insufficiente. Perché la domanda sociale non diventa il criterio decisivo per la pianificazione dell’istruzione? Sicuramente le amministrazioni devono garantire un servizio a coloro che non vogliono scuole paritarie, ma è assurdo continuare a spendere soldi per scuole che non piacciono ai genitori. Soprattutto quando la società civile ha generato dal basso iniziative che fortunatamente, a differenza di quel che avviene nella sanità, sono gestite da enti non profit. Di fatto il modello “choice and competition” richiederebbe un sistema più avanzato rispetto a quello della parificazione, come, per esempio, quello del famoso buono scuola.

P.S.: La cultura statalista ha molto a che vedere con il modo in cui concepiamo noi stessi. Lo statalismo, come l’assolutismo del mercato che fanno certi liberali, parte da un’antropologia negativa. Secondo questo modo di pensare, l’uomo è un lupo per l’uomo e solo lo Stato può limitare i danni. Sarebbe più realistico riconoscere che siamo fatti uno per l’altro e che lo Stato, sebbene necessario per mettere ordine, non deve essere il protagonista di tutto. Senza un’antropologia positiva e relazionale sarà difficile uscire dalla crisi.

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