Il Papa, Dostoevskij e una certezza

Nell’Angelus della prima domenica di Avvento, Benedetto XVI ha parlato del “ritorno glorioso alla fine dei tempi” di Cristo. Che bisogno c’è? Il commento di LUCA DONINELLI

03.12.2012 - Luca Doninelli
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Benedetto XVI (Infophoto)

Nell’Angelus della prima domenica di Avvento, Benedetto XVI ha parlato del “ritorno glorioso alla fine dei tempi” di Cristo, ricordando come, secondo la prospettiva cristiana, l’intera storia del cosmo e dell’uomo si situi tra la prima venuta di Gesù (l’Incarnazione) e la seconda, definitiva.

Tutte le volte che mi è capitato, nella vita, di ascoltare parole come queste ho sempre pensato che si trattasse di rivelazioni mistiche, situabili oltre il perimetro della ragione, alle quali si poteva dar credito solo perché il cristianesimo mi si era rivelato ragionevole “per altri motivi”, più concreti, più facilmente riconoscibili.

Come dire: dato che la vita cristiana è bella, ci aiuta ad affrontare meglio tutti gli aspetti della vita, ci rende più sopportabili le avversità, ci consola nel dolore; e dato che il modo cristiano di affrontare i vari temi sociali (bioetica, educazione, aborto, famiglia) è decisamente più umano – date tutte queste cose, è ragionevole credere anche nelle cose un po’ strane che la Chiesa ci dice e che superano ogni possibilità di verifica.

Ma ascoltando Benedetto XVI questa mia posizione (apparentemente devota e in realtà profondamente scettica: il fideismo è una forma di scetticismo) si è sgretolata. Il Papa infatti parla di queste cose con la stessa pacata certezza con cui affronta tutti gli altri argomenti, compresi i più scottanti in termini di attualità: in lui non c’è nessuna irrazionalità, ma solo un modo di ragionare diverso, più ampio e più libero. 

Mi è tornata alla mente la notizia, sentita qualche giorno fa, che alcuni grandi narratori del nostro tempo (come Philip Roth, come Alice Munro e come il premio Nobel Imre Kertész) hanno deciso di smettere di scrivere. 

Io li capisco: come si fa a raccontare per davvero un mondo come il nostro? Cormac McCarthy, in Non è un paese per vecchi, lo dice esplicitamente: uno sceriffo (ossia un narratore) per catturare l’assassino (ossia per raccontare la realtà) deve essere a lui (ad essa) affine: tra chi cerca e ciò che bisogna trovare dev’esserci, insomma, qualcosa di molto importante in comune. Se l’affinità non c’è più, addio assassino. 

Quando tre grandi scrittori danno un simile annuncio vuol dire che nel rapporto con la realtà c’è una frattura così grande da impedire alla realtà di essere raccontata. Naturalmente l’industria culturale abbonda di produzioni narrative, ma è quasi tutto materiale d’intrattenimento, fondato su una finzione accettata da chi scrive come da chi legge. Tuttavia, se vogliamo trovare uno scrittore che ci racconti davvero la realtà, dobbiamo sempre rispolverare Tolstoj o Dostoevskij. 

Sembra, dunque, che dar conto dell’esperienza (raccontare significa questo) sia diventata una cosa impossibile. Tutto è diventato troppo estraneo, è come se il mondo si fosse messo a parlare una lingua sconosciuta, è come se la profondità fosse scomparsa e fosse rimasta solo la superficie delle cose. 

Di fronte a questa débâcle della ragione, Benedetto XVI, ben conscio del momento drammatico che stiamo attraversando, parla del ritorno glorioso di Cristo alla fine dei tempi. 

E io ho finalmente cominciato a capire che le sue parole riguardano proprio il nostro tempo. Cosa significa, infatti, la seconda venuta di Cristo? Significa che tutta la realtà, e non un giorno lontano sperso nel futuro, ma oggi, qui, si riassume in Cristo, che in Lui si realizza pienamente la ragione di tutte le cose, anche quelle apparentemente più incomprensibili o estranee. L’avvenimento di Cristo, un fatto storico, reale, permette di non smarrire la ragione mai, nemmeno di fronte agli eventi spaventosi di cui lo stesso Gesù parla, riferendosi al futuro dell’umanità. 

La seconda venuta di Cristo significa che non bisogna avere paura non perché Lui verrà un giorno, ma perché è già qui, nel dramma della vita, così che a volte Lo vediamo, altre volte non Lo vediamo più, a volte siamo felici, altre volte ci sentiamo soli e ci prende l’angoscia, ma ciò nonostante la ragione − corroborata dalla fede, ossia resa più forte, più capace di illuminare tutti i particolari dell’esperienza − è sempre “presente e permanente” (L. Giussani). 

E così tutte le cose, anche gli avvenimenti più radicalmente estranei alla nostra coscienza, attendono e possono sperare di ricevere la piccola giustizia del nostro racconto, del nostro dar-conto, piccola profezia della grande giustizia con la quale Lui racconterà la storia definitiva di ciascuno di noi e di tutte le cose.