La promessa mancata della Primavera

- Robi Ronza

L’Egitto si dibatte ancora tra gli scontri e la tensione sociale, ma il Paese si esaurisce davvero con i blocchi sociali che protestano? E a cosa servono queste proteste? Ne parla ROBI RONZA

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Manifestazioni in Egitto

Al Cairo l’assedio al palazzo presidenziale dei manifestanti contrari a Mohamed Morsi si è concluso ieri sera con il loro ritiro sotto la pressione dei sostenitori del presidente, che hanno poi demolito le tende erette nella piazza dai manifestanti stessi. Nel corso dei violenti scontri di piazza quattro persone sono morte e altre duecento sono rimaste ferite. Nel corso della giornata tuttavia è anche avvenuto un fatto clamoroso: temendo per se stesso il presidente Morsi ha abbandonato il palazzo presidenziale rifugiandosi nella propria residenza privata. Non era mai prima accaduto niente di simile, nemmeno durante la mobilitazione che si concluse con la cacciata di Mubarak.

Frattanto il vice-presidente Mahmoud Mekki ha fatto dichiarazioni di disponibilità all’apertura del dialogo con l’opposizione riguardo al casus belli all’origine della crisi, ossia un progetto di nuova Costituzione che dovrebbe essere sottoposto a referendum popolare il prossimo 15 dicembre. Tale progetto, approvato solo dai Fratelli musulmani e dai loro alleati, viene visto con giustificato sospetto dalla maggior parte dei cristiani copti nonché dai “liberali” sia laici che musulmani. Quelle promesse di sana laicità dello Stato e di rispetto dei diritti di libertà delle minoranze (tra cui in primo luogo quella cristiana copta, che è la più antica e anche la più consistente), grazie alle quali Morsi era dapprima riuscito ad assicurarsi ampi consensi in sede internazionale, sembrano ora appannarsi. Continuando a dare un colpo al cerchio e un colpo alla botte, come fa talvolta anche abilmente sin da quando è stato eletto, Morsi ha poi fatto sapere che dopo l’entrata in vigore della nuova Costituzione intende rinunciare ai poteri straordinari che si è auto-attribuito con un decreto firmato lo scorso 22 novembre e che in sostanza gli servono per sottrarsi alla stretta di quella parte rilevante della magistratura che gli è schierata contro. Sin qui in sintesi i fatti della giornata di ieri al Cairo che per il loro carattere mediatico rimbalzano senza tregua sugli schermi televisivi nelle più diverse parti del mondo. 

Per evitare però errori di valutazione già ampiamente commessi, occorre tenere comunque per fermo, al di là di quel che si vede in tv, che l’Egitto è un Paese di quasi 80 milioni di abitanti dei quali solo circa 13 vivono al Cairo o ad Alessandria; e che le folle di giovani di ceto medio e di cultura occidentalizzate che sia pur a migliaia si mobilitano e vanno a manifestare nelle piazze contro l’autoritarismo, e per libertà finora inusitate nel mondo arabo, non sono affatto la punta di chissà quale gigantesco iceberg sommerso. Sono tutto l’iceberg. Si tratta insomma di un blocco sociale che certamente esiste, ma che altrettanto certamente è in larga misura sovra- rappresentato.

Avendo bisogno per esigenze mediatiche, e anche per loro scarsa competenza linguistica specifica, di intervistare e di dare la parola a gente che sappia parlare in inglese o in francese e che sappia come comportarsi davanti a una macchina da presa, i corrispondenti e tanto più gli inviati della grande stampa e delle grandi catene televisive internazionali finiscono per attribuire a questa gente e a questo mondo (oggi in Egitto, come ieri altrove nel Levante ma non solo) ben più peso e ben più prospettive immediate di quelle che ha effettivamente.

E ciò è soprattutto grave per i diretti interessati, dal momento che troppo spesso li induce a credere appunto di pesare di più di quanto pesino, spingendoli a osare molto più di quanto può essere ragionevole che osino. Non li si aiuta veramente e non si fa il loro bene quando si dà loro un sostegno mediatico internazionale che se la crisi dovesse precipitare non li salverà affatto dalla reazione violenta dell’ordine costituito ma anzi finirà per aggravarla. La causa della libertà e dei diritti umani va sostenuta con iniziative ben più responsabili e complesse di quelle che ruotano attorno a quella spettacolarizzazione mediatica delle crisi cui troppo spesso indulgono le grandi tv. In fin dei conti per il loro tornaconto commerciale assai più che per le nobili ragioni cui i loro corrispondenti amano dare l’impressione di essere votati.

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