Lo scandalo e la meta

Stando ai media, negli ultimi tempi la Chiesa sembra provocare scandalo. Di fronte al quale scattano reazioni e atteggiamenti diversi. PIGI COLOGNESI ci spiega quali sono

20.02.2012 - Pierluigi Colognesi
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Foto: Imagoeconomica

Immaginiamoci di essere in montagna; stiamo facendo una bella passeggiata: niente di impegnativo il sentiero è largo, con una pendenza regolare e ci porta a un rifugio dal quale, ci hanno detto, si gode un magnifico panorama e dove potremo mangiare un buon piatto di polenta e capriolo. Improvvisamente, dopo una curva troviamo la strada quasi interamente sbarrata da un grosso tronco d’albero messo di traverso. È un ostacolo non previsto, un fastidioso inciampo; in greco si direbbe che è uno scandalo.

Questa parola è risuonata spesso sui giornali nelle ultime settimane a proposito di quanto sta accadendo in Vaticano: fuga di documenti ora plausibili ora assolutamente farneticanti, rumors di faide interne, litigi messi in piazza, arrivismi, ecc. Di fronte a un inciampo, a uno scandalo, scattano atteggiamenti diversi; ognuno dei quali mette in evidenza ciò che sta veramente a cuore.

Anzitutto ci sono quelli che gongolano. Non par loro vero di aver la possibilità di mostrare errori, meschinità, tradimenti degli uomini di Chiesa. Quale migliore occasione per sbugiardare la pretesa di verità e di salvezza che la Chiesa porta? Ma cosa venite a dirci voi che vi comportate così? Bel coraggio avete a presentarci le vostre leggi morali, voi che ne fate di tutti i colori! I più smaliziati arriveranno persino a usare le evangeliche trave e pagliuzza per delegittimare totalmente l’annuncio cristiano. Non è un atteggiamento sorprendente. A costoro non interessa niente della Chiesa e sono più tranquilli se possono mostrarne i difetti. Dà solo un po’ fastidio questo gusto del torbido, che fa venire il sospetto che sia gente che non ci tiene veramente a niente.

Tra i cristiani lo scandalo fa emergere la categoria dei saccenti, quelli che usano degli errori altrui per cercare di dimostrare quanto sia vera la loro teoria su come la Chiesa dovrebbe funzionare. Loro sanno benissimo perché ci sono gli scandali e come si dovrebbe porvi rimedio: basterebbe che papa e vescovi facessero quello che loro hanno in mente. Alla fin fine anche costoro sono contenti che gli scandali ci siano. Analogamente a quelli, soprattutto operatori dei media, che sugli scandali costruiscono un’effimera notorietà o perché fanno lo scoop o perché sciorinano la loro acutissima analisi.

Poi ci sono i cristiani normali, quelli che soffrono quando vedono così brutte ferite sul corpo della madre Chiesa. Ci restano male, rimangono sconcertati, non sanno bene che cosa fare, gli dispiace. A costoro si addice quanto recita il salmo: «Non est in illis scandalum», non trovano inciampo. Non perché non vedano il tronco di traverso alla strada, non perché non sappiano che ciò li costringerà a proseguire il cammino servendosi di un passaggio disagevole che magari si affaccia su uno strapiombo. Non è gente che fa finta di niente, ma gente che è più interessata alla meta, al rifugio, che non ad attardarsi in analisi o lamentele sullo scandalo.

Sanno bene che chi per incuria ha fatto rotolare il tronco in mezzo al sentiero o ce lo ha messo apposta dovrà pagare – «Guai a chi scandalizza uno solo di questi miei fratelli più piccoli» -, ma non ne gode malignamente; anche perché sa bene di non essere garantito dal diventare a sua volta inciampo per altri. Desidera solo camminare, sa che quella strada, che non è tutta tronchi di traverso, è l’unico modo per arrivare al rifugio. E sa che la ferita dello scandalo rallenta, ma non impedisce il cammino e anzi acuisce lo struggente desiderio della meta.

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