Purificazione

- Pierluigi Colognesi

È cominciata la Quaresima. Sembrerebbe che la disposizione interiore consona a questo tempo liturgico – cioè la penitenza- sia favorita dalle circostanze esteriori. PIGI COLOGNESI

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È cominciata la Quaresima. Sembrerebbe che la disposizione interiore consona a questo tempo liturgico – cioè la penitenza- sia, di questi tempi, favorita dalle circostanze esteriori. La crisi economica ci sta mettendo a stecchetto e, da più parti, si evidenzia come questo fatto ci suggerisca di cambiare stile di vita. Si parla del valore della sobrietà, della morigeratezza; ci si invita a riscoprire costumi alimentari, d’abbigliamento, di divertimento, di spesa più semplici, meno onerosi per le tasche, meno impegnativi nell’uso del tempo e, probabilmente, più sani per la salute. Ora che la crisi non ce lo permette più, abbiamo scoperto di essere una società di sovralimentati, di schiavi della moda, di assatanati per avere l’ultimo gadget tecnologico e per passare le vacanze nella località più trendy. È il tanto vituperato quanto agognato consumismo; e adesso che dobbiamo accettare gli anni delle vacche magre, riscopriamo il valore di qualche astinenza. Persino dalla intossicazione mediatica; come quel giornalista che ha eroicamente deciso di sconnettersi completamente dalla rete telematica per un’intera settimana; poi ci ha raccontato come se l’è cavata in quest’epica lotta per mostrare a se stesso di non essere un internet dipendente.

Siccome niente capita per caso, sono convinto che questo invito alla sobrietà che le circostanze ci offrono e/o impongono sia una buona occasione. Ma non si può ridurre a questo il senso della penitenza, così come la Quaresima ce la propone.

Prima di tutto perché è una penitenza forzata, imposta dall’esterno e assomiglia troppo al buon viso fatto a cattivo gioco. Non essendo frutto di una libera e ragionata decisione, resta superficiale e rischia di rimanere una parentesi in attesa di poter riprendere i comportamenti e gli stili di prima.

Ma ciò che manca del tutto a quest’aria di francescanesimo all’acqua di rose, di astinenza che assomiglia ad una disintossicazione, di rinuncia che sa tanto di impotenza è proprio quello che la tradizione cristiana chiede come primo passo: la coscienza del peccato. Il semplice tirar fuori questa scomoda parola fa capire tutta la differenza.

Il punto d’avvio della penitenza è infatti accorgersi che c’è qualcosa di colpevolmente sbagliato che deve essere «confessato», cioè coraggiosamente ammesso.

Dopo la dolorosa discesa nei gironi infernali e la faticosa salita sui cerchi del purgatorio, Dante arriva in cima alla montagna della purificazione, dove si trova il giardino dell’Eden. Qui assiste estasiato ad una straordinaria processione cui partecipa tutta quanta la storia della salvezza. Il culmine è un carro sul quale c’è una donna velata; il poeta sente che è l’amata Beatrice. Ma al suo cuore in tumulto la donna rivolge solo aspre parole di rimprovero. Dante resta impietrito, finché sotto l’incalzare di Beatrice, si scioglie in un pianto dirotto e umilmente confessa i suoi peccati, ammette di aver volto i propri passi «a via non vera/ imagini di ben seguendo false,/ che nulla promission rendono intera». Solo a questo punto l’amata gli mostra il suo volto d’impareggiabile bellezza. La vera penitenza è tutta qui. Benedetto XVI ha recentemente parlato più volte di purificazione. E per purificarsi bisogna avere il coraggio di ammettere che c’è qualcosa di sporco.

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