La cattiva morale del posto fisso

Il percorso formativo e professionale vale di più del posto fisso di lavoro. Perché se il primo è valido, il secondo non può mancare. L’analisi di GIULIANO CAZZOLA

03.02.2012 - Giuliano Cazzola
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Foto Imagoeconomica

Un filosofo del romanticismo tedesco scriveva che la caccia vale più della preda. Il medesimo concetto, riferito, ai giorni nostri, alla questione cruciale del lavoro, potrebbe essere riletto così: il percorso formativo e professionale vale di più del posto. Perché se il primo è valido, il secondo non può mancare.

Sono considerazioni che tornano in mente in queste ore, quando tra Governo e parti sociali è aperto un confronto sul mercato del lavoro con l’obiettivo di dare corso a misure di riforma che, unitamente ai “pacchetti” delle liberalizzazioni e della semplificazione amministrativa, dovrebbero favorire, nel quadro di una strategia europea, la struttura produttiva del Paese affinché possa afferrare il Proteo della ripresa economica non appena essa si affaccerà sui mercati internazionali.

Sono tanti i problemi da affrontare e, possibilmente, risolvere o, quanto meno, avviare a soluzione. Per sintetizzarli basterebbe andare a rileggere quanto scrisse la Bce nella lettera del 5 agosto: revisione accurata delle norme sull’assunzione e il licenziamento dei lavoratori dipendenti; una più adeguata protezione contro la disoccupazione; l’adozione di politiche attive che consentano di reimpiegare, in settori più dinamici, i prestatori d’opera che il lavoro hanno perso.

Si tratta di questioni complesse che richiedono, per quanto riguarda il riordino degli ammortizzatori sociali, lo stanziamento di significative risorse o, almeno, la riallocazione di quelle ora impiegate per le varie forme di sostegno al reddito. Il Governo non dispone di tali risorse aggiuntive. Il tentativo di riconvertire e ridistribuire quelle esistenti gli è stato precluso, in occasione del primo incontro, dalla levata di scudi delle parti sociali in difesa dell’attuale, squilibrato assetto. In sostanza, resta un solo modo per mandare un segnale forte alla Comunità internazionale e ai mercati, che sia inteso con la medesima semplice ed efficace chiarezza con cui, in tema di previdenza, fu accolto l’incremento dell’età pensionabile. Questo segnale si chiama riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Riforma, non soppressione: perché la tutela contro i licenziamenti è effettivamente una scelta di civiltà. La reintegra obbligatoria nel posto di lavoro del dipendente licenziato ingiustamente è, invece, soltanto una delle possibili modalità di quella tutela. Non lo diciamo noi; lo ha scritto, nelle sue sentenze, la Corte Costituzionale. Se il diritto alla reintegra appartenesse al novero dei diritti fondamentali non si capisce perché dovrebbe esserne priva almeno la metà dei lavoratori alla dipendenze. La tutela contro i licenziamenti va rimodulata: la reintegra deve restare a sanzione di un atto discriminatorio o in violazione di particolari diritti della persona (il licenziamento per causa di matrimonio e di maternità); negli altri casi deve trovare posto il risarcimento del danno tramite l’erogazione di un’indennità economica secondo parametri certi e prestabiliti.

Nel dibattito in corso, la confusione è tanta. E non è casuale. È in atto una campagna, anche mediatica e culturale, che pretende di accostare la precarietà alla disoccupazione giovanile, come se, risolvendo il primo problema, si avviasse a soluzione anche il secondo. Purtroppo nessuna norma, al pari di nessun divieto (si parla di potare i contratti flessibili) potrà mai far vivere un posto di lavoro che non ha un’adeguata base economica. Stabilizzare un posto di lavoro finto non crea maggiore occupazione; la distrugge. Un’operazione siffatta sarà possibile (fino a quando poi?) nel pubblico impiego; ma nessuno potrà mai imporre a un imprenditore privato un’assunzione a condizioni da lui ritenute onerose e forzose. Il datore rinuncerà, piuttosto, ad assumere.

I rapporti di lavoro flessibili, in Italia come in Europa, non si sono diffusi in conseguenza delle perversioni dei Governi neoliberisti, ma quando, nella seconda metà degli anni ‘80 (chi non ricorda i contratti di formazione e lavoro?), ci si rese conto che i giovani non venivano più assunti. Nel nostro recente passato (nel decennio 1997-2007), da noi come in tutti i paesi Ocse, si è riscontrato – grazie al felice connubio tra i contratti flessibili e un crescita economica, modesta ma continua – un picco nei livelli di occupazione, anche femminile, fino ad avere, qua e là, aree di pieno impiego. È la crisi, non la precarietà, a determinare tassi di disoccupazione giovanile molto seri e preoccupanti.

Secondo un recente studio dell’Ocse (su dati 2009, l’epicentro della crisi economica) un giovane italiano trova, mediamente, il primo impiego a tempo determinato dopo 25,5 mesi dalla conclusione del ciclo formativo. Per acquisire un rapporto di lavoro a tempo indeterminato occorrono mediamente 44,8 mesi. Si tratta di performance tra le peggiori nei paesi considerati. Per quanto riguarda il primo impiego hanno dati peggiori dei nostri soltanto la Finlandia (27,6 mesi) e la Spagna (34,6 mesi). Quanto al raggiungimento di un rapporto a tempo indeterminato stanno peggio di noi soltanto la Spagna e il Portogallo (con tempi superiori a 50 mesi). Negli Usa (miracolo della flessibilità!) i giovani entrano nel mercato del lavoro appena dopo 6 mesi. Più o meno come in Australia.

Si tratta di un insieme di problemi da considerare nel momento in cui si affronta il tema della riforma del mercato del lavoro. Ma le difficoltà dell’esecutivo sono evidenti. Deve misurarsi con l’ostilità dei sindacati, i quali troveranno sicuramente un avvocato d’ufficio nel Pd, ancora tramortito dallo shock della riforma delle pensioni. Anche la Confindustria ha trovato solo ieri il coraggio di balbettare qualche parola a proposito della modifica dell’articolo 18. Ciò che sorprende di più è la linea di condotta del Pdl, che in materia di lavoro sembra aver deciso di marcare visita, di proclamare il principio del “non aderire, né sabotare”. A scorrere i documenti ufficiali del Partito di Angelino Alfano è scomparso ogni riferimento all’articolo 18. Se ci si accosta prudentemente al tema lo si fa con un largo giro di parole.

Nessuno si meravigli, allora, se il Governo pesterà l’acqua nel mortaio, senza arrivare a capo di nulla. Certo, che se Monti e Fornero trovassero ancora una volta il modo di stupirci, dovremmo pensare che il Governo dei tecnici è stato proprio un dono della Provvidenza.

 

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