Il brutto dell’articolo 18

- Stefano Colli-Lanzi

Nell’ottica di una riforma del mercato del lavoro, è necessario intervenire sul sistema dei contratti, per fare in modo che si possa rendere attrattivo l’uso del tempo indeterminato

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Nell’ottica di una riforma del mercato del lavoro, è necessario intervenire sul sistema dei contratti. In particolare, per fare in modo che si possa rendere attrattivo l’uso del tempo indeterminato: strumento che meglio incentiva le parti a impegnarsi responsabilmente e reciprocamente in un’ottica di medio-lungo periodo, ma che soffre di eccessiva rigidità. Se oggi, infatti, vediamo proliferare forme diverse di lavoro è perché le aziende hanno cercato nell’uso, a volte distorto, di altri strumenti la possibilità di scavalcare l’eccessiva rigidità in uscita del contratto a tempo indeterminato per migliorare la propria produttività.

Un intervento sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che possa dare certezza al licenziamento per motivi economici potrebbe offrire uno spazio di recupero per la produttività delle imprese e anche per una maggiore responsabilizzazione dei lavoratori. Non si tratta, sia ben chiaro, di rendere facile il licenziamento, ma di renderlo certo e possibile. Serviranno, ovviamente, anche degli adeguati ammortizzatori sociali, che avranno un costo, che per quanto possa risultare alto sarà sempre inferiore a quello determinato dai livelli di improduttività esistenti.

È vero che apparentemente questa riforma porta con sé dei problemi, ma è altrettanto vero che si possono già predisporre delle soluzioni per far funzionare meglio il mercato del lavoro e favorire lo sviluppo delle imprese. Oggi, infatti, la rigidità del contratto a tempo indeterminato incentiva le aziende a non operare sul medio-lungo termine, a non investire, a usare strumenti contrattuali di flessibilità che spesso non rispettano né i minimi retributivi e contributivi, né gli istituti contrattuali di base. In sintesi, oggi si cerca un compromesso al ribasso dal punto di vista delle tutele, dell’investimento reciproco, del valore economico del lavoro. Non a caso le nostre retribuzioni sono più basse di quelle degli altri principali paesi europei.

Creare le condizioni per maggior produttività, risorse e investimenti richiede un passo indietro, anche sul fronte dell’occupazione. Ma questa situazione di passaggio può essere gestita attraverso dei supporti, tenendo presente che si stanno creando le condizioni per generare alla lunga più posti di lavoro.

In questa riforma occorre intervenire anche sul lavoro flessibile. Non eliminando a priori delle forme contrattuali, ma concentrandosi su quelle più trasparenti e tutelanti, in modo da evitare usi impropri della flessibilità. Sarà poi il mercato stesso a decidere quali sono le forme che non rispondono alle sue esigenze. Nell’ottica di un uso più corretto della flessibilità, non va dimenticato il ruolo che possono avere le Agenzie per il lavoro. In casi di lavoro saltuario, a chiamata, a progetto, per sostituzione, la persona viene infatti più tutelata se nella gestione di questa tipologia lavorativa è coinvolto un soggetto terzo che si occupa della sua formazione, del suo sviluppo professionale, del suo replacement: tutte garanzie che il semplice contratto con l’azienda non può fornire.

Le agenzie possono svolgere un ruolo fondamentale di controllo sul rispetto delle condizioni contrattuali previste, senza dimenticare che possono anche aiutare chi è stato licenziato, o chi, come i giovani, non riesce a trovare un’occupazione. Per questo è importante che nei servizi per il mercato del lavoro ci sia una collaborazione pubblico-privato, in cui il primo si occupi della governance, mentre il secondo sempre di più della parte operativa. Anche questo può essere da stimolo alla produttività del sistema.

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