Salviamo la domenica

- Pierluigi Colognesi

PIGI COLOGNESI commenta il progetto del governo di liberalizzare l’apertura dei negozi: dietro alla proposta una concezione secolare del tempo che non distingue la domenica

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Jean-François Millet, L'Angelus (1857-9)

Molte e corrette obiezioni sono state avanzate rispetto al progetto del nostro governo di liberalizzare totalmente l’apertura dei negozi, consentendone l’attività sette giorni su sette. Si è detto, sul fronte economico, che il beneficio non è affatto garantito e che le possibili discriminazioni nei confronti dei piccoli esercizi sarebbero gravi; sul versante sociale si sono evidenziate le ricadute negative per la vita familiare, per la necessità del giusto riposo, per la limitazioni di spazi di convivenza non dipendenti dalla spinta al consumo.
C’è un ulteriore elemento che va considerato; un elemento che si colloca nell’orizzonte delle trasformazioni di fondo, di cui l’ipotesi governativa è un sintomo e nello stesso tempo potrebbe essere un fattore di conferma se non di accelerazione. Mi riferisco alla concezione moderna del tempo. Per noi che viviamo in quella che Charles Taylor chiama età secolare il tempo è come un contenitore sostanzialmente omogeneo e neutrale. Omogeneo in quanto composto di istanti tutti uguali l’uno dopo l’altro; neutrale perché tali istanti sono riempiti dalle nostre scelte in connessione con quelle degli altri e con la casualità degli avvenimenti non governabili dalle volontà umane. Per gli uomini che vivono in una dimensione religiosa, al contrario, il tempo è percepito in maniera molto più ricca. Ciò è dovuto al fatto che sopra e a fianco del tempo ordinario sta quello che Taylor chiama tempo superiore o eternità, quello abitato dalla divinità. E la divinità, comunque concepita, interviene nel tempo ordinario e lo modifica.
Soffermiamoci a considerare questo fenomeno in riferimento al cristianesimo e pensiamo al significato della domenica. Non è semplicemente che i cristiani hanno deciso di scandire il loro tempo ordinario secondo ritmi che facilitino il ricordo di qualcosa di importante successo nel passato; questo sarebbe una conferma della percezione secolare del tempo.

Il fatto è che il tempo ordinario e quello straordinario si intersecano. La domenica è un tempo che – misteriosamente, ma realmente – è invaso dall’irruzione dell’eterno, per cui non è più solo tempo ordinario, ma tempo che partecipa di una dimensione straordinaria. Ciò che si celebra – la morte e resurrezione di Cristo – non è un ricordo, ma l’attualizzarsi di qualcosa che è successo una volta e risuccede ora; è una felice distorsione del tempo ordinario
La domenica è una festa – cioè momento di gioia, di riposo, di convivenza – perché quel tempo non è solo dentro lo scorrere indistinto del tempo solito, ma è attraversato da un avvenimento che lo connette con l’eterno, con il definitivo, il duraturo. Si capisce, allora, come mai il precetto di «santificare le feste» sia così centrale nella spiritualità cristiana; è il terzo comandamento.
Non c’è in gioco la difesa di una banale forma devozionale, ma l’alternativa tra la noia di un tempo monotono, anche se legato alla frenesia dei consumi e dei divertimenti, e la ricchezza di un tempo che si apre festoso alle soglie dell’eternità. Eliminarlo è una perdita grave.



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