Il “no” di Carducci

PIGI COLOGNESI ci mostra come Giosuè Carducci rifiutasse la proposta del cristianesimo, quella sfida all’uomo moderno che Fedor Dostoevskij aveva racchiuso in una domanda

06.03.2012 - Pierluigi Colognesi
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All’inizio degli anni Settanta dell’Ottocento, mentre preparava la profetica denuncia del nichilismo che sono I demoni, Fedor Dostoevskij lanciava perentoriamente la domanda cruciale: «Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni, può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?». Pochi anni dopo, dall’altra parte del continente, Giosuè Carducci – uomo colto e indiscussa autorità intellettuale dell’Italia post unitaria – rispondeva con un secco: «No».

Oggi Carducci è poco letto e, credo, poco amato; molta sua poesia ha un insopportabile tono retorico e il linguaggio aulico ce la fa sentire lontana. Eppure credo che sia interessante capire come mai egli abbia categoricamente rifiutato il cristianesimo. A un secolo e mezzo di distanza le sue ragioni aiutano a comprendere le nostre difficoltà. Prendo spunto da due odi barbare composte nel 1876.

Ancor oggi è possibile andare a fare una gita (è il titolo della prima ode) Alle fonti del Clitumno; vi si trovano delle limpide sorgenti che sgorgano direttamente dalla roccia e formano un piccolo laghetto trasparente; intorno è rimasto qualche accenno dell’antico bosco. Umbri, etruschi e romani hanno considerato sacro quel sito e ritenuto quelle acque dotate di potenza purificatrice; tanto che vi immergevano gli animali destinati ai sacrifici.

Carducci è affascinato dal luogo e tutta la prima parte dell’ode è un incantato ricordo del mondo antico, fatto di sereno lavoro campestre, di semplici virtù familiari, di amiche divinità legate alla natura, di sano eroismo per difendere dai nemici la propria terra. Ma questo mondo è finito, «tutto ora tace» e il terso fiume è «vedovo».

Cos’è successo? È successo che un «galileo di rosse chiome» ha preso possesso dell’Italia e ha sostituito la sua fede a quella antica. Il cuore di questa nuova religione, secondo Carducci, è la rinuncia; infatti, il galileo all’umanità «gettò in braccio una sua croce, e disse / Portala, e servi». E i seguaci di quel profeta sono «una strana compagnia» che distrusse la nobiltà della vita antica e «fece deserto, et il deserto disse / regno di Dio».

Non si tratta soltanto di una polemica di carattere storico, dell’accusa ai cristiani di aver violentemente cancellato il mondo pagano. La questione è più radicale: quella compagnia è fatta di «maldicenti a l’opre de la vita / e de l’amore»; il cristianesimo è percepito da Carducci come contrario all’«anima umana», cioè nemico di ciò che l’uomo profondamente desidera: costruire col lavoro, gli affetti, lo studio, le amicizie, la creatività, le opere, appunto, della vita e dell’amore.

Degli stessi mesi è In una chiesa gotica. Il poeta si raffigura di fronte alla prospettiva degli alti pilastri che reggono una cattedrale, veri «steli marmorei» che si slanciano verso l’alto, verso «l’invisibile»; così come fanno le preghiere dei cristiani. «Io non Dio chieggovi», sentenzia Carducci; lui non chiede cose spirituali, ma solo che arrivi l’amata Lidia.

Da qui il contrasto; da un lato il desiderio umano e la sua soddisfazione: «i cieli splendono», «i campi ridono», «d’amore lampeggiano / gli occhi di Lidia»; dall’altro il «semitico nume» nei cui misteri «la morte domina», i cui «templi il sole escludono». Da questa tensione sgorga il grido che è come una bestemmia: «Cruciato martire tu cruci gli uomini».

Solo una sperimentata evidenza che, al contrario, il cristianesimo produce una fioritura dell’umano può contrastare questa conclusione e far rispondere positivamente alla domanda di Dostoevskij.

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