Pascoli e il fanciullino

Undici giorni fa cadeva il centenario della morte del celebre poeta Giovanni Pascoli. PIGI COLOGNESI lo ricorda focalizzandosi su un suo particolare testo

17.04.2012 - Pierluigi Colognesi
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Sebbene in ritardo di undici giorni (la data esatta era il 6 aprile), non voglio lasciar cadere il centenario della morte di Giovanni Pascoli. La sua voce strana, difficile da catalogare quanto facile da fraintendere, risuona ancora con indubbio fascino: quello dell’uomo smarrito di fronte all’impossibilità di rinchiudere la vita in formule chiuse. Su di essa aleggia infatti un che di inconoscibile, di cui la morte non è che l’inquietante e ineluttabile figura.

Nella prefazione alla sua prima raccolta poetica Myricae, Pascoli scrive: «Rimangano questi canti su la tomba di mio padre», che è stato ucciso a san Lorenzo e sul quale si riversa un «pianto di stelle». Ma il poeta non si ferma alla morte, egli «chiama a benedire la vita, che è bella, tutta bella; cioè sarebbe; se noi non la guastassimo a noi e agli altri». Infatti, aggiunge Pascoli con un riferimento biblico: «Gli uomini amarono più le tenebre che la luce».

In un successivo discorso dirà: «L’uomo combatte continuamente contro la morte. La nostra vita è gelida e noi abbiamo bisogno di calore; la nostra vita è oscura e noi abbiamo bisogno di luce: non si lasci spegner nulla di ciò che può dar luce e calore: una favilla può ridestare la fiamma e la gioia».

Vita/morte, luce/buio, calore/gelo; Pascoli si addentra in questa sconcertante ambivalenza e ne nutre la sua poesia. Essa, da un lato, si piega sul piccolo fiore dal nome popolaresco, sui lavori umili, sul canto degli uccelli e sui rumori della campagna imitati dal verso poetico. Dall’altro si apre alle grandezze cosmiche delle galassie, all’infinitezza paurosa degli spazi stellari, alla sconcertante sospensione del sogno. Anche il suo linguaggio – straordinariamente innovativo – ondeggia tra la semplicità della filastrocca infantile (del resto, ottenuta con arduo lavoro tecnico) e la paludata solennità del verso latino (fu più volte premiato per le sue composizioni nella lingua di Virgilio).

Come l’uomo del suo poemetto Il libro, Pascoli sta ritto di fronte a questa immane e ambivalente varietà e – pur non sapendo individuare punti di appoggio solidi se non quello della solidarietà umana nell’incertezza – non smette di sfogliare il gran libro delle cose.

Dove il poeta trova l’inesauribile spinta alla sua ricerca? Credo che sia il celebre Fanciullino di cui Pascoli ha parlato in una famosa conferenza. Questo testo, che compare in tutte le antologie scolastiche, è stato letto nei più svariati modi e abbondantemente storpiato, come si trattasse di un elogio della fanciullaggine, dell’irrazionalità, della regressione infantile. Invece, il fanciullino che è in ogni uomo è quella parte di noi che «vede tutto con maraviglia, tutto come la prima volta». È la capacità inesauribile di stupirsi e di porre le domande giuste e ultime anche a quell’altra parte di noi – presunta adulta – che è «occupata a litigare e perorare la causa della nostra vita».

È quel bisogno elementare che tutti accomuna, anche se si tenta di soffocarne la voce: «Forse il fanciullo tace in voi, professore, perché voi avete troppo cipiglio, e voi non lo udite, o banchiere, tra il vostro invisibile e assiduo conteggio. Fa il broncio con te, o contadino, che zappi e vanghi, e non ti puoi fermare a guardare un poco; dorme coi pugni chiusi in te, operaio, che devi stare chiuso tutto il giorno nell’officina piena di fracasso e senza sole. Ma in tutti è».

E in tutti opera come poesia. Che sia quella che sa trovare grandi parole come nel caso di Pascoli o quella che si esprime coi gesti comuni ma consapevoli di una vita normale.

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