Suicidi in tempo di crisi

- La Redazione

ANDREA ROSESTOLATO commenta i tanti, troppi “suicidi al tempo della crisi” e, chiedendosi il perché di gesti tanto estremi, spiega che gli imprenditori non sempre sono lasciati così soli

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Foto: Fotolia

Caro direttore,

ho letto la notizia battuta dall’Ansa “suicidi al tempo della crisi, una vittima al giorno tra chi ha perso il lavoro” e, da imprenditore, sono rimasto attonito. Mi sono chiesto perché un essere umano dei nostri giorni è spinto ad un gesto tanto estremo e disperato.

Disperazione, senso di impotenza e nessuna apparente possibilità di cambiamento o miglioramento della situazione fanno apparire il suicidio un atto non casuale ma l’unica via d’uscita da un problema apparentemente irrisolvibile. Che giova allora all’uomo guadagnare il mondo intero se poi si perde o rovina se stesso?

È vero, la crisi morde e non risparmia nessuno, né la grande multinazionale né il piccolo artigiano. Le banche quando piove ovviamente chiudono l’ombrello, lo Stato è concentrato solo ad aumentare le entrate tramite maggiori tasse ed imposte e la domanda interna latita perché è diminuito il potere d’acquisto dei salari. Come possiamo allora difenderci dalla situazione attuale senza arrivare ad estreme conseguenze o peggio ancora rischiare di morire pur essendo ancora vivi?

L’esperienza mi dice che non servono manifestazioni o atti di forza, ma che è fondamentale affrontare quello che ci tocca in sorte di fare, il nostro compito. La realtà è sempre positiva perché mette in moto la persona e solo facendoci e facendo compagnia, solo costruendo insieme possiamo superare queste difficoltà. Noi siamo una piccola azienda e quando due anni fa è scoppiata la crisi prima ho radunato i nostri dipendenti dicendo loro che per almeno due anni nessuno sarebbe stato licenziato, indipendentemente dai risultati economici perché puntavo su di loro. Ho poi incontrato e scritto a tutti i clienti, annunciando un periodo difficile e comunicando la nostra disponibilità a sacrificare prezzi e dilazioni di pagamento per dare loro dei vantaggi competitivi sul mercato ma chiedendo anche di non dimenticarsi di noi e di rispettare il nostro lavoro e i nostri sacrifici. Le risposte furono tutte positive e questo dimostra ancora una volta come i rapporti fra le persone possano essere messi al primo posto.

Poi ho affrontato la realtà, una realtà cruda e a volte scomoda, ma che andava sfidata con lealtà e positività. Con lealtà, riconoscendo le avversità in tutta la loro portata, e con positività cercando una pronta risposta senza indugiare nel lamento e nell’accusare le situazioni esterne (che pur esistono).

Abbiamo quindi deciso di chiudere, non senza dispiacere, il nostro magazzino storico in centro città portando fuori Milano presso un frigorifero generale il deposito e la logistica delle nostre merci, trasformando così un costo da fisso in variabile e cercando di fare meglio ciò che si è sempre fatto.

Una cosa particolare vorrei condividere con i Suoi lettori: il non sentirmi mai solo. Faccio parte infatti di una compagnia di imprenditori dove quello che concretamente facciamo è aiutarci, confrontandoci costantemente. È la forma nuova di un principio antico: l’uomo per sostenersi e sostenere il desiderio di positivo che ha, si mette insieme ad altri. Questa compagnia non risolve certo tutti i problemi, ma mi aiuta a non cadere nell’individualismo, a tenere forte il legame con la realtà e ad aiutarmi affinché ogni giorno, quando mi alzo, sia viva in me quella scintilla che mi permette di lavorare per il bene di tutti.

E quando chiedendo “sentinella quanto è lunga questa notte?” mi verrà risposto “non è né lunga né corta ma l’alba sta per arrivare” capirò che il peggio è passato.

 

(Andrea Rosestolato)

 

 

 

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