Bastano 150 volti

- Pierluigi Colognesi

Il 28 maggio 1938, racconta PIGI COLOGNESI, 230 persone venivano fucilate a Butovo (Mosca). La vita in uno sguardo, a cura di M. Dell’Asta e L. Scaraffia, raccoglie i volti di 150 uccisi

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Una chiesa costruita a Butovo, dove furono giustiziati 20.765 prigionieri sotto Stalin

A Butovo, estrema periferia meridionale di Mosca, c’era un grande campo per l’allevamento dei cavalli. Alla fine degli anni Trenta del secolo scorso la polizia segreta del regime sovietico ha requisito il terreno e lo ha recintato. Agli abitanti del posto ha detto che ci avevano installato un poligono di tiro, in modo tale che nessuno si stupisse dei continui colpi di pistola. I quali colpi, in realtà, erano dovuti alle fucilazioni di massa di prigionieri – membri scomodi del partito, sacerdoti e monaci, gente di nazionalità non russa, malfattori comuni – decretate da Stalin.
Dall’agosto 1937 all’ottobre dell’anno successivo i fucilati sono stati 20.765. Non c’era processo; dopo l’arresto e una breve detenzione in qualche prigione moscovita, i prigionieri venivano caricati su un camioncino e portati, ignari del loro destino, a Butovo. Qui si procedeva all’identificazione e poi, ad uno ad uno, si spingevano verso delle larghe fosse comuni; quando il condannato arrivava al ciglio della buca un «fucilatore» gli sparava alla nuca da un metro di distanza. Alla sera la fossa veniva ricoperta da un leggero strato di terra ed era pronta per la carneficina del giorno dopo. Il 28 maggio, come oggi, del 1938 questo macabro rituale si è ripetuto per 230 volte. Provate a immaginarvelo.

Per decenni, anche dopo la tanto conclamata destalinizzazione, non si è saputo nulla di Butovo (e degli altri centri analoghi). Solo all’inizio degli anni Novanta si sono scoperti, negli archivi della polizia segreta, i fascicoli personali dei condannati a morte e l’ubicazione dei luoghi dove si sono svolte le esecuzioni. Ma la sorpresa più sconvolgente è che in 150 di questi fascicoli si sono rinvenute anche le fotografie segnaletiche scattate al momento dell’arresto. In questo modo l’aridità dei numeri – seppure impressionanti per l’entità – si è improvvisamente trasformata nella vicenda personale di quell’uomo lì, di quella donna lì, con un nome dietro al quale c’è un volto e, per quanto possibile ricostruire, una storia. Esiste infatti una macabra contabilità anche del terrore che rischia di rendere tutto impersonale. Invece, come la grande stagione del dissenso in URSS ha documentato, l’unica significativa opposizione ad ogni potere totalitario è la persona, la singola persona con la sua coscienza e le sue decisioni.

Ora – grazie al volume La vita in uno sguardo (a cura di Marta Dell’Asta e Lucetta Scaraffia, edizioni Lindau) – possiamo vedere quei 150 volti. Sono facce quasi sempre leggermente sollevate, anche perché, come si vede in alcune immagini, i prigionieri dovevano appoggiare la testa ad una specie di gancio che favoriva una posizione eretta del viso; ne risulta, comunque, un certo senso di dignità; come se ognuno di loro stesse riaffermando la propria irriducibile identità personale e pronunciando con orgoglio il proprio nome. Quasi nessuno, ovviamente, sorride, e molti hanno la fronte corrugata, tesa in un acuto spasimo per conoscere il loro destino (quando venivano fotografati non sapevano di essere già stati condannati alla fucilazione).
Ma ciò che parla di più sono gli occhi: ora sono smarriti e quasi imploranti, ora sono determinati e consapevoli; sono sgomenti o accusatori, dimessi o spavaldi. E sono tanto altro; quante sono le sfumature di una esistenza che intuisce di essere di fronte al suo compimento. Quel tragico brano di storia che è stato il totalitarismo sovietico – come ogni pezzo di storia – si capisce, più che con le analisi e le cifre, guardando quegli occhi.

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