Contemplando la nostra agonia

- Roberto Fontolan

Per ROBERTO FONTOLAN, il nostro Paese muore in un’agonia fatta di non scelte, non politiche, non responsabilità. E’ questo l’immobilismo soffocante che ci lega come una camicia di forza

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Foto Infophoto

Stiamo morendo di immobilismo. Un immobilismo nevrotico, agitato, febbrile di parole e impegni solenni, ma non per questo meno letale. Non muoiono le persone, beninteso, ciascuno troverà il modo di cavarsela. Muore un assetto politico e istituzionale, muore un sistema di partiti, muore una repubblica (l’altra, quella con la “r” maiuscola è vivissima anche se le idee che esprime e che purtroppo fanno presa sono vecchie come il cucco), muore una storia, una civiltà, un pezzo di societàsocietà tout court, perché noi non siamo di quelli che pensano che la società umana si divida in civile e non civile.

Il nostro Paese, inteso come sistema, muore in una interminabile agonia fatta di non scelte, non politiche, non responsabilità, non pensieri. E’ questo l’immobilismo soffocante che ci lega come una camicia di forza: il muro spesso e opaco dei “non” innalzato a fronteggiare la marea di parole senza costrutto, di intenzioni senza volontà. L’immobilismo è la risposta all’attesa della famiglia, struttura umana che nessun paese occidentale ignora quanto il nostro e nonostante decenni di governi democristiani, parademocristiani e “ispirati ai valori cristiani”. Il mese scorso Tyler Cowen, “uno degli economisti più influenti degli ultimi anni” (The Economist), di passaggio in Italia ha affermato: “Il problema che mi rende più pessimista circa il vostro Paese è il tasso di natalità. Se l’Italia facesse più figli le sue prospettive economiche sarebbero migliori, ma con una popolazione in declino alla fine non potrà ripagare i suoi debiti”.

Già, l’unica crescita di cui abbiamo veramente bisogno è proprio quella primaria, i bambini. I giovani lo sanno bene e infatti dichiarano al 70% di desiderare almeno due figli e al 40% di volerne tre (indagine dell’Istituto Toniolo). Ce l’abbiamo dentro la scintilla benefica della vita e della crescita, ma poi… Da quanti anni sentiamo sproloquiare sulla famiglia e la sua centralità mentre viviamo l’eutanasia dello spopolamento? (da notare come l’unica istituzione ad aver messo in moto qualche iniziativa seria per la famiglia sia come al solito la Regione Lombardia, entità che peraltro molti vorrebbero incenerire e lavorano alacremente allo scopo).

L’immobilismo è la risposta all’attesa dei carcerati nelle prigioni italiane, il grande sistema di tortura che nella ex “patria del diritto” ha sostituito la ruota dentata e l’olio bollente. Si tiene la gente in galera, e non parliamo dei colorati bungalow dove alloggia lo sterminatore norvegese ma di fetide celle dove bisogna stare in piedi come in Rwanda, per “farla cantare”: cosa è questa se non tortura?

Dovrebbe intervenire Amnesty, ma intanto i nostri magistrati non pensano ad altro che alla propria tutela, a evitare le responsabilità, a fare comunella con il giornalismo dei tanti Robespierre che si eccitano con la ghigliottina mediatica e carceraria. E mentre nulla si muove se non tante bocche parlanti come nei film di Bunuel, i “pre-condannati” marciscono e aspettano dai tempi di Alberto Sordi (ricordate il film “Detenuto in attesa di giudizio”?) che il diluvio verbale speso su questa condizione si faccia realtà. Invano. L’immobilismo è la risposta all’attesa popolare di una autoriforma dei partiti; come anche all’attesa di una riforma elettorale o di un qualche esile segno di rigenerazione e di fertilità parlamentare (tutte le loro finte fondazioni che idee producono?).

L’immobilismo è la risposta all’attesa degli imprenditori avviati che aspettavano sostegni e si sono ritrovati un libro di 123 pagine “che alla trentesima mi fumava la testa” (Squinzi, presidente di Confindustria); e a quella degli imprenditori che vorrebbero diventarlo, i famosi giovani cui era stata promessa la creazione di una nuova società con un solo euro.

L’immobilismo è il prossimo palinsesto della Rai (vogliamo scommettere su quello di Mediaset?); è l’odierno sciopero nazionale dei trasporti -che senso ha mentre tutti soffriamo la crisi?; è la pantomima regioni-comuni-prefetture sulle discariche e gli inceneritori; è la finanza che resta uguale a sempre, coi bonus stellari ai boss e le speculazioni e le ossessioni; è la rendita di posizione di quell’immenso apparato pubblico di Enti, Consigli, Agenzie e Autorità che a nulla servono se non garantire privilegi e redditi a coloro che ne fanno parte…

Nel governo Monti, all’inizio, per tante ragioni e non ultima il bisogno spasmodico del corpo italico di ricevere una boccata di vita, persino attraverso i colpi dolorosi di un defibrillatore, si era intravista la possibilità che l’immobilismo non fosse l’ultima parola sul nostro sistema agonizzante per accidia e per inerzia. Oggi obbiettivamente il panorama si è ingrigito, la visione è più incerta. Siamo più smarriti di qualche mese fa e restiamo attaccati alla cannula dell’ossigeno per puro istinto di sopravvivenza. Ma non basta. Per salvarci come Paese, come sistema storico e infrastruttura sociale ci vuole altro.

Il sindaco di New York Bloomberg ha detto che per rianimare oggi la città deve pensarla tra trenta anni. Così ha lanciato un progetto per una nuova università hi-tech sul modello di quelle che hanno fatto la fortuna della California. In capo a dodici mesi ha trovato il terreno, avviato i lavori infrastrutturali per i collegamenti, stretto l’alleanza con la Cornell University. Ad agosto inizia il nuovo anno accademico, gli edifici saranno pronti in tre-quattro anni, a regime si prevedono trentamila nuovi posti di lavoro e un migliaio di start up. Reagire alla morte per immobilismo pensando alla città (al Paese, al sistema, alle leggi, alle carceri, alla famiglia…) tra trenta anni.

Considerando che Roma non si riesce a far camminare la nuova linea della metropolitana inaugurata una settimana fa tra fanfare e tappeti rossi, c’è da rimanere atterriti dalla sproporzione. Ma l’alternativa è chiara: o un coma perenne o una rinascita tra i dolori del parto. Vie di mezzo non ce ne sono (più).

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