L’eredità di Giovanni

- Pierluigi Colognesi

Ieri è stata la festa di san Giovanni Battista. L’esigente cugino di Gesù, spiega PIGI COLOGNESI, è recentemente salito alla ribalta della cronaca. Vediamo perché.

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San Giovanni Battista (Infophoto)

Ieri è stata la festa di san Giovanni Battista. L’esigente cugino di Gesù – predicatore infuocato della conversione, annunciatore del Messia finalmente presente sulle strade della Giudea, martire perché non ha assecondato le bizze d’una regina d’infimo rango – è recentemente salito alla ribalta della cronaca. Due anni fa, in una antica chiesa dell’isola bulgara di Sveti Ivan – che vuol dire proprio San Giovanni – era stato trovata una teca con ossa umane: un reliquiario. Le prime analisi avevano attribuito i resti al quarto secolo, ma in questi giorni indagini più approfondite hanno anticipato la datazione e scoperto altre coincidenze che consentono di ritenere quel pezzo di cranio e quella falange la reliquia di Giovanni, così come la fede popolare – basti pensare al nome dell’isola – ha da sempre sostenuto. Ovviamente ulteriori ricerche potranno mutare il quadro; ma quello su cui vorrei riflettere è il significato della reliquia in sé.

Per noi moderni – anche quando ci diciamo cristiani – la reliquia è poco più che una curiosità, magari un po’ macabra. Nella cripta della basilica di sant’Ambrogio a Milano c’è il corpo del grande vescovo; dai paramenti solenni emergono le scheletriche mani e il teschio; m’è capitato di esservi inginocchiato davanti e di vedere lo sconcerto dei turisti: hanno lo sguardo di chi proprio non si capacita di come si possa mettere in mostra uno scheletro; diamine ci sono anche i bambini che si potrebbero impressionare!

Per tutta la cristianità pre moderna non era affatto così. Anzi, la reliquia rivestiva un’importanza tale che per essa si combattevano battaglie, si costruivano basiliche in posti molto complicati perché proprio lì c’era una tomba di martire, si frantumavano le ossa in modo tale che più chiese ne potessero avere una particella. Ogni altare aveva un piccolo vano in cui era cementata una reliquia (succede ancora, ma quasi nessuno ne nota l’importanza) e i luoghi di culto si concepivano letteralmente «fondati» sulla reliquia. Esattamente sopra quel sarcofago di verto con Ambrogio c’è l’altare della basilica, sormontato dal ciborio, e più in alto ancora la cupola; è una linea ascensionale che dai resti di un uomo santo sale alla mensa intorno alla quale la comunità celebra la coena Domini, poi al baldacchino che glorifica Cristo presente, fino alla volta di mattoni che anticipa quella celeste. Ma alla base ci sono quelle ossa.

Letteralmente «reliquia» significa «ciò che è rimasto»; non nel senso degli avanzi, ma del lascito, dell’eredità, del permanere nel tempo di una cosa che è stata importante. Ora, la devozione alle reliquie che ha caratterizzato intensamente molti secoli cristiani dice che ciò che è rimasto del cristianesimo in modo così vitale da poter essere messo a fondamento di una basilica è il frammento del corpo di un uomo che il cristianesimo ha vissuto in maniera eccezionale – il santo – e ne ha testimoniato la verità fino a sacrificare per esso la vita – il martire -. Stiamo parlando ci cose, di persone, di pezzi di esistenza che si palpano e si baciano, di una ininterrotta catena di fatti che dal presente tornano al passato fino a toccare fisicamente la mano di Giovanni che ha battezzato Gesù. La modernità, di contro, pensa che il lascito del cristianesimo sia un’idea, una predicazione, un contenuto di valori e di principi. Col risultato che l’avvenimento passato è sempre più lontano e quelle idee e valori interpretabili a seconda delle mode vincenti e dei pareri personali. In fondo, di quello che accadde, non «resta» niente. Mentre anche una sola falange di mano è così concreta che, venerandola, uno si vede davanti agli occhi Gesù nel Giordano e il severo cugino che grida: «Ecco l’Agnello di Dio».

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