Egitto, “termometro” cristiano

- Fernando De Haro

Dopo la vittoria di Mohammed Morsi alle presidenziali restano ancora tanti gli interrogativi cui rispondere sul futuro dell’Egitto e dei cristiani che ci vivono

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Mohammed Morsi (Infophoto)

Il Cairo di cui Mohamed Morsi ha preso possesso è una città infuocata. Alla fine di giugno nella capitale egiziana la temperatura ha raggiunto i 50°. Il calore aumenta ulteriormente la sensazione di caos nel traffico e nel rumore. Sembra che i 18 milioni di abitanti si siano moltiplicati. Poche ore dopo il tramonto torna la chiamata alla preghiera dell’alba dei muezzin: Allah è grande. Questa è l’espressione con cui Mursi ha iniziato lo scorso fine settimana il discorso più importante da quando è al potere.

Gli atti con cui ha iniziato la sua presidenza non riescono a sciogliere gli interrogativi che suscita il successore di Mubarak. Che futuro attende l’Egitto con un membro dei Fratelli musulmani come primo Presidente dello Stato? La risposta è decisiva, ma è ancora presto per poterla formulare. Ciò che accade in Egitto, il Paese più popoloso del Medio Oriente, in cui sono nate le grande tendenze ideologiche del mondo arabo, è infatti cruciale per il futuro della regione. I Fratelli musulmani rappresentano un islamismo moderato che può servire a frenare la minaccia salafita? I Fratelli musulmani non svilupperanno una democrazia di tipo occidentale: ma saranno disposti a tutelare e rispettare realmente la libertà della grande minoranza cristiana?

La libertà dei copti è diventato il grande termometro capace di misurare quel che sta accadendo in Egitto. Il massacro dell’ottobre del 2011 nel quartiere di Maspero, in cui morirono una trentina di copti e in cui erano implicati i militari, ha distrutto l’illusione che l’esercito potesse servire come elemento di contenimento contro la persecuzione dei cristiani. Morsi ha compiuto dei gesti per cercare di rassicurare la comunità cristiana. Ha incontrato i vescovi e gli ha garantito il rispetto da parte dei poteri dello Stato. Ha parlato anche di nominare un cristiano nel suo governo. Ma i messaggi delle prime ore sono confusi.

Morsi, prima di giurare dinanzi alla Corte costituzionale, ha voluto farlo davanti ai suoi seguaci in piazza Tahrir dove erano riuniti i Fratelli musulmani. Può essere un chiaro segnale che non sarà il Presidente di tutti gli egiziani, anche se questo è ciò che ha assicurato in altri discorsi. Un altro segnale inquietante è che ha promesso di lavorare per la liberazione di Omar Absul Rahman, considerato l’ispiratore del primo attacco alle Torri Gemelle nel 1993. 

Bisogna attendere i fatti. Bisogna vedere se la sicurezza dei copti sarà realmente garantita, se diminuiranno i matrimoni forzati, se scenderà l’emigrazione cristiana, se verrà permessa la ricostruzione delle chiese. Lo scenario peggiore sarebbe quello di un patto tra i Fratelli musulmani e l’esercito. E ci sono indizi sul fatto che qualcosa del genere possa essersi verificato. Di fatto Morsi ha accettato una limitazione dei suoi poteri e finora non c’è stato tanto spargimento di sangue con lo scioglimento del Parlamento decretato dai militari. 

In ogni caso la libertà della minoranza cristiana è diventata una questione decisiva. L’influenza di un cristianesimo astorico, di tipo americano, tende a sottovalutare il valore della presenza dei cristiani nel Medio Oriente. Questa presenza è fondamentale non solo per far sì che la fede riconosca di avere la sua origine e il suo sviluppo in un evento storico, ma, come si vede, per il destino dei popoli.

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