Europa senza coraggio

- Mario Mauro

Popoli e governi del Vecchio continente di fronte a un bivio: rinunciare alla visione comune e darla vinta al populismo o prendere insieme le redini della storia. L’analisi di MARIO MAURO

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Ue, accordo Pse: doppia nomina al femminile (Infophoto)

E’ vero che la crisi è finanziaria ed economica, ma è aggravata da una crisi delle istituzioni europee, prigioniere in una impasse che è un misto di mancanza di coraggio e mancanza di visione: è quindi essenzialmente una crisi di fiducia. Il riflesso di questa crisi di fiducia ormai è palpabile nelle relazioni tra le persone, nelle relazioni tra le comunità. Le bandiere bruciate in piazza Syntagma, le bandiere dell’Unione Europea con al centro la svastica nazista ci danno la misura di questa mancanza di fiducia. Mentre i media si chiedono se è vero che vedremo la luce in fondo al tunnel, quella luce che tutti auspichiamo – in mancanza di una presa di coscienza realistica di ciò che ci tocca da vivere – si identificherà non con la luce delle soluzioni ma con i bagliori del conflitto.

Un’Europa priva di visione è un’Europa destinata alla guerra, perché la nostra storia è testimonianza non di pace e di sviluppo come condizione continua. Pace e sviluppo sono stati l’eccezione, la regola sono le cannonate. Il conflitto sarà il frutto dell’irritazione che molti popoli vivono quando appare inevitabile l’espropriazione della sovranità e l’impossibilità di guidare i propri destini. Occorre insomma sciogliere il nodo tra soluzioni adottate per necessità (“ce lo impone l’Europa…”) e atti frutto di un’adesione libera dei popoli.

Quali sono i numeri della necessità? Siamo una comunità di cinquecento milioni di persone, e settantacinque milioni hanno meno di venticinque anni; l’Egitto è un Paese di ottanta milioni di abitanti, e sessanta milioni hanno meno di venticinque anni. Questa situazione ci sollecita a rispondere ai giudizi del Governatore della Banca Centrale Europea, che dice che il welfare europeo è morto. Siamo altresì chiamati a comprendere che nel nostro Continente il 53% del Pil aggregato, rispetto a un 42% del 2009, è rappresentato dai derivati che le banche hanno in pancia. Cosa significa che in Svizzera, un paese fuori dall’Unione Europea ma che è dentro l’Europa ed è al centro delle vicende europee, questo parametro raggiunge il 254%? Che è nel Regno Unito il 106%, che nella Francia è il 55%, nella Germania il 38%, in Spagna il 15% e in Italia il 10,7%. Che cosa vuol dire, per esempio, che una perdita del 10% sui derivati spazzerebbe via il 55% del patrimonio netto delle banche europee e il 59% di quelle americane? Dobbiamo fare i conti con queste cifre, che descrivono le nostre difficoltà in modo inequivocabile.

La domanda che in molti si pongono, “perché continuiamo a salvare banche?”, deve per forza scontrarsi con i termini della necessità. Deve farci capire che, se le banche dovessero fallire, avremmo le file agli sportelli e il conflitto esteso, non solo in termini sociali ma in termini quasi parabellici, nelle strade. Il nostro contributo non può ridursi oggi a una partecipazione ai tavoli decisionali europei condotti in nome del “batto il pugno sul tavolo a favore del mio Paese”.

La responsabilità si gioca attraverso un’agire nell’interesse dell’Europa che finalmente ci spogli della tentazione di nazionalismi e populismi. E questo non è un rimando a discorsi futuristici, ma ad una condizione di fatto: su ventisette Paesi membri, diciotto hanno grandi partiti populisti, e a partire dalle elezioni olandesi questi partiti populisti possono prendere la leadership di Paesi che non sono in crisi economica, che hanno la tripla A, e decidere di chiamarsi fuori dalla gestione comune del nostro futuro, facendo precipitare nell’abisso dell’incertezza e dell’ingestibilità dei rapporti tra i popoli il nostro Continente. E d’altro canto questi paesi chiedono più tempo e maggiore solidarietà.

Come conciliare questi interessi? Come mettere insieme e come generare fiducia perché ci si ritrovi con una speranza concreta tra le mani? Questo credo che sia il vero dilemma che siamo chiamati ad affrontare, e rispetto al quale dobbiamo giocare la solidità di ben altri numeri, che molto più di quelli che ho elencato finora possono darci una prospettiva di bene.

Innanzitutto, vorrei rovesciare l’impostazione del problema: proviamo per una attimo a ragionare come se già fossimo un’entità federale, come se già fossimo una realtà politica compiuta, come se già fossimo il progetto che era il sogno dei padri fondatori. Saremmo, intanto, la più grande economia del mondo, con una possibilità di gestire le nostre contraddizioni in modo molto più veloce e in modo molto più comprensivo dei bisogni di ognuno. Saremmo infatti una realtà economicamente molto più solida di quella statunitense e avendo le stesse opportunità che pone lo strumento di un governo federale riusciremmo prima e meglio a risolvere le nostre contraddizioni. E se fossimo stati, e da tempo, una realtà federale, non sarebbe stato consentito a uno dei Paesi partecipanti a quella federazione di accumulare duemila miliardi di debito pubblico. E ancora: perché non entriamo nel particolare di che cosa possa significare per la stabilità nel mondo il pensiero di un’Unione Europea che esprime una forza di fuoco o un deterrente rispetto ai conflitti dato del mettere in comune i propri eserciti? Che cosa vuol dire che si muove con una logica politica comune un conglomerato di Paesi che da molti anni ha abolito, per esempio, la pena di morte, mentre da un lato la Cina e dall’altro gli Stati Uniti sono invischiati in una congestione di messaggi legati all’incapacità di risolvere il nodo fondamentale della battaglia per i diritti umani?

Per capire veramente come si può amare l’Europa possibile, dobbiamo partire da che cosa vogliamo che sia l’Europa possibile. Un’Europa possibile che possa essere una prospettiva in cui superiamo le contraddizioni dei nazionalismi è un’Europa che può essere amata anche dal più fragile, dal più emarginato dei cittadini europei. Un’Europa possibile che sia magari una sorta di parodia di una “Unione delle Repubbliche Socialiste Europee”, dove la tendenza ad omologare e quindi a fornire soluzioni preconfezionate sulla base di decisioni gestite da centrali burocratiche, è un’Europa che non solo ci terrà sempre più lontani da questa passione, ma nel tempo finirà per fare implodere gli elementi di una costruzione che oggi è più che mai indispensabile.

Le opportunità che sono derivate da circostanze della storia, quale l’implosione del blocco comunista e l’enorme sviluppo di carattere economico a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, erano lo premesse indispensabili perché noi consentissimo al nostro Paese di lasciarsi alle spalle la stagione degli statalismi a senso unico. Questo accadeva da noi, ma la Germania versava in condizioni peggiori. Abbiamo perso davvero tantissimo tempo.

Alla vigilia di una tornata elettorale chiave per il nostro Paese e per tutta l’Europa, ci attardiamo in uno schema che rischia di portarci nelle condizioni del dopo primo round della Grecia: un primo round elettorale dove tutti hanno votato di tutto, e conferendo ai neonazisti fino all’8% hanno reso ingovernabile un Paese che, reso più umile da quello schiaffo, ha dovuto risolvere il problema della propria governabilità con una grande coalizione.

I principali partiti del nostro Paese, che oggi si trincerano dietro a governi tecnici, devono essere coscienti che spetta alla loro responsabilità, nell’interesse di famiglie e imprese, evitarci un bagno di sangue di un conflitto che non terminerà senza le riforme indispensabili per la nostra condizione. E devono essere consapevoli anche che ci divideremo sul concetto dell’Europa alle elezioni, quindi le alleanze potrebbero non essere quelle che tutti si immaginano.

E’ il processo di integrazione voluto per libertà e voluto per amore del destino di una generazione che farà la differenza. Dovremo dire con chiarezza se vogliamo che il fiscal compact diventi la condizione attraverso la quale anche la Germania può essere agevolata a prendersi la responsabilità di mettere in comune il debito. E’ evidente che la maggiore condivisione in termini politici vuol dire effettivamente perdita di sovranità, ma questo viene compensato dal fatto di poter fare le cose giuste e buone al momento giusto. Poche cose indispensabili: il governo dell’economia, il governo della politica estera, l’assicurazione a ogni singolo cittadino e impresa europea che tutti verremo trattati in un sistema di giustizia che garantisce a ognuno il suo.

Perché l’Europa possa fare questo ci vuole non tanto cessione di sovranità, ma generosità in una innovazione di mentalità. Non è la corte di Karlsruhe che viola qualcuno dei trattati europei: è il popolo tedesco, il governo tedesco che, come ognuno dei nostri popoli e dei nostri governi, è chiamato a un salto di maturità mettendo in comune la determinazione a voler fare il pezzo di strada che ci resta in maniera realmente comune.

E perché dovremmo farlo? Nessuno dei Paesi dell’Unione Europea potrà risolvere da solo anche il più piccolo dei problemi che affliggono l’Unione Europea. Da qui a quindici anni i paesi più ricchi dell’Europa non saranno più nel G8. Se perdiamo questo livello della nostra visione rispetto al futuro, il nazionalismo, trascinato da un vento populista che oggi è forte, avrà il sopravvento. I partiti populisti hanno visioni diverse dalle mie, ma hanno gli stessi elettori, perché le persone che non riescono nel tempo a maturare un rapporto di fiducia con chi è chiamato a governare il cambiamento proponendo decisioni coraggiose, si rivolgono a chi, piuttosto che proporre decisioni determinate dal coraggio, propone decisioni determinate dalla paura.

Se la paura ci spinge allo scontro, il coraggio ci spinge a un’azione che nel tempo genera la speranza, e la speranza reale per il mondo intero è la presenza di un’Europa che abbia la forza di scommettere, nelle relazioni internazionali, sulle convinzioni che le hanno garantito la condizione eccezionale di questi sessant’anni. L’Europa eccezionale, quella cioè non determinata dalle cannonate ma determinata dalla capacità di risolvere in ogni circostanza le proprie contraddizioni, è l’Europa che ritorna protagonista nel mondo e non rimane comprimaria.

Dopo sessanta vertici falliti, che spazio c’è ancora per un’Europa di questo genere? Il tempo è breve e deve essere colto nella sua drammaticità da chi ha responsabilità nelle istituzioni, perché si abbia la forza di lasciarci alle spalle quelle che sono le vestigia di un modo di pensare stantio, per rilanciare su quello che è la chiave di tutta la riflessione, di tutto il pensiero che ha generato il progetto europeo. Ciò che ci unisce è più forte di ciò che ci divide.

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