Torniamo alle cose

Secondo MASSIMO CAMISISCA per riappropriarsi delle cose, nell’era della realtà virtuale, occorre tornare a conoscere ed amare i segni e i simboli che la esprimono  

01.09.2012 - Massimo Camisasca
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Nella mia vita ho sempre subìto una particolare attrazione per le parole. Ho vissuto il fascino delle parole. Fin dalla terza elementare, quando ho incontrato una maestra che mi ha aiutato a capire la loro importanza. Era una poetessa, che mi ha educato al gusto della lettura e della scrittura. Si chiamava Maggiorina Castoldi. La ricordo come una grande educatrice socialista. Ha segnato profondamente la mia vita, che da allora in poi è stata sempre accompagnata dai libri.

Nel nostro tempo si sta perdendo il gusto della parola e della lettura. Viviamo nell’epoca delle immagini, le quali vengono moltiplicate così tante volte che finiscono per perdere il rapporto con l’evento che le ha originate. Non è un caso che si parli di realtà virtuale, di seconda vita. Le tecnologie possono darci l’impressione di vivere in un mondo che, in realtà, non esiste. Dobbiamo tornare alle cose. Ma per tornare alle cose dobbiamo tornare alle parole. Penso che il compito fondamentale di un padre, di un maestro, di una persona che abbia a cuore la vita dei giovani sia di farli incontrare con le parole e con le cose. Agostino ha scritto: «Ogni insegnamento ha per oggetto cose o segni, ma le cose si apprendono per mezzo di segni» (De doctrina christiana, I, 2, 2.) Portare i giovani a vedere una montagna, il mare, un cavallo, un quadro; ad ascoltare una poesia, una canzone, un testo: aiutare a leggere e a vedere. Leggere e vedere sono le due fondamentali strade per il pensiero dell’uomo. Senza queste attività si atrofizza ciò che è più profondo in noi.

Il centro dell’essere e della vita quotidiana è un Essere che vuole comunicare se stesso e farsi conoscere. Il tessuto ultimo della vita non è l’irrazionalità, il non-senso, ma la possibilità di cogliere un significato. Questa è la grandezza delle lingue e delle parole. Esse non sono una copia della realtà, ma una sua lettura. Qualunque realtà – un filo d’erba, uno sguardo, un bacio – è inesauribile. Non ci sono parole che sappiano esprimere adeguatamente ciò che accade. Per questo la forma di linguaggio più alta è probabilmente la poesia. Essa è un linguaggio allusivo, indica alcune direzioni di approfondimento del cammino dell’uomo verso la realtà. È come un indice puntato verso l’esperienza in cui il lettore o l’ascoltatore deve entrare personalmente, con il coraggio della sua iniziativa, con il rischio della sua lettura, della sua stessa esistenza.

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