La “trappola” del Dna

- Fernando De Haro

Cosa hanno in comune il triste Cristiano Ronaldo e le ultime scoperte in tema di genetica? L’uomo è solo un ammasso di cellule oppure ha in sè qualcosa di unico? Il punto di FERNANDO DE HARO

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Cristiano Ronaldo è triste. Il giocatore del Real Madrid ha parlato del suo stato d’animo dopo una partita contro il Granada e nei giorni successivi sono incominciate le analisi e le supposizioni. I giornali, sportivi e non, si stanno domandando insistentemente che cosa possa avere la stella portoghese. Come può essere triste un uomo che ha una fidanzata come Irina Shayk, una madre stupenda e un mucchio di soldi da spendere? “Sono cose da bambino viziato”, sentenziano in molti.

La notizia della tristezza di Ronaldo è arrivata negli stessi giorni in cui sono stati pubblicati i risultati del progetto Encyclopedia of Dna Elements (Encode), al quale hanno lavorato 442 scienziati di tutto il mondo. Grazie a questo studio sono stati fatti passi avanti nella conoscenza del genoma umano. In questo appassionante campo di ricerca i primi risultati furono presentati nel 2001. E da allora i progressi sono stati molti.

Si è scoperto che solo l’1,5% del genoma contiene geni. Inizialmente si pensava che il resto fosse “Dna spazzatura”. Ora è stato scoperto che quelli che erano considerati scarti sono in realtà gli “interruttori” che fanno funzionare i geni. E il malfunzionamento di questi interruttori, che si combinano tra loro in maniera complessa, può essere la causa delle malattie genetiche.

I primi passi nella ricerca del genoma umano fecero sperare a molti che la vecchia aspirazione di controllare le malattie fosse più vicina. Se si conoscesse il genoma in forma personalizzata – si pensò -, si potrebbero sapere quali saranno i mali che colpiranno la persona ed evitarli in anticipo. Ma le cose sono in realtà più complesse. Le malattie monogeniche, quelle in cui è coinvolto un solo gene, non sono infatti quelle più numerose. La maggioranza delle malattie genetiche sono poligeniche, e coinvolgono quindi diversi geni, un fatto che complica, se non addirittura rende impossibile, ogni tipo di previsione. A tutto ciò va aggiunta anche l’influenza dell’ambiente. La relazione tra i differenti geni e l’ambiente sarà il terreno in cui si svilupperà una medicina individualizzata. Ma ci vorrà ancora tempo, perché le incognite da risolvere in questo campo scientifico sono ancora lontane all’orizzonte.

Ciò che è sorprendente è che mentre queste scoperte aprono gli orizzonti della ragione scientifica e la lanciano in un’avventura appassionante, c’è chi utilizza questi medesimi dati per chiudere le finestre della “ragione esistenziale”. Quando si diffondono simili scoperte, infatti, ritorna anche un vecchio pregiudizio ideologico del diciannovesimo secolo. Un pregiudizio che fortunatamente molti scienziati seri hanno già abbandonato: quello secondo cui l’uomo è un essere indifferenziato, un “animale tra gli animali”, una “cosa tra le altre”. L’avanzamento nella conoscenza del Dna o la scoperta dell’esistenza di materiale genetico condiviso con la mosca o lo scimpanzé sono di fatto utilizzati per ridurre l’uomo a proteine. O a microbi.

Quest’estate l’Economist ha dedicato una copertina e un ampio editoriale alle scoperte della microbiologia. Microbes maketh man, era il titolo dell’editoriale: un gioco di parole che faceva il verso a un famoso detto britannico del quattordicesimo secolo: Manners maketh man (le buone maniere fanno il gentiluomo). “Le persone non sono solo persone” recitava il sottotitolo. L’Economist spiegava dicendo che “i medici e i biologi possono cominciare a pensare alla gente come a superorganismi. Tradizionalmente”, continuava, “si è pensato che il corpo umano fosse una collezione di 10 miliardi di cellule che sono prodotte da 23 mila geni […]. Ma i Robespierre biologi ora affermano che gli uomini non sono semplici organismi ma superorganismi composti da piccoli organismi che lavorano uniti”. Nel testo le parole uomo e corpo erano utilizzate come sinonimi. Decostruzione pura della singolarità. E la stessa cosa che succede in genetica e microbiologia succede con le neuroscienze. Michael S. Gazaniga, uno dei padri della neuroscienza cognitiva, ha affermato solo pochi giorni fa che i processi mentali, inclusa la sensazione di avere una mente e un io, sono frutto del cervello. La libertà di azione è irrilevante e inconsistente. Ma questa è neuroscienza che si converte in teologia negativa.

La tristezza di Cristiano Ronaldo può essere un mero circo mediatico o qualcosa di sincero. Però non serve essere Ronaldo, né avere una russa per fidanzata, per sapere che si possono vivere situazioni meravigliose e sentire una tristezza profonda, che è ciò che ci fa percepire il nostro io come qualcosa di distinto, di differneziato, un io sempre in cerca della soddisfazione definitiva. La proteina, il microbo o il neurone per quanto possano organizzarsi non saranno mai capaci di provare la medesima compagnia quotidiana, cordiale tristezza, che ci viene dal guardare lontano ed essere liberi.

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